Siamo tutti un po' cambiati
Racconto dell’ascesa alla via della virgola – Corno Piccolo - prima spalla 28-29/6/08

La sveglia è puntata alle cinque, una frugale colazione e si parte per l’appuntamento con tutti gli altri.
Sono le sei e trenta, partiamo da Roma con l’auto carica e l’emozione di chi affronta per le prime volte una via d’arrampicata.
L’obbiettivo è di vincere la via della virgola, alla prima spalla del corno piccolo.
Siamo in quattro e formiamo due cordate, l’inesperienza non ci fa pensare che è sempre consigliato portare una relazione della via che si vuole affrontare...Cominciano i primi problemi prima ancora di avere iniziato a mettere le prime mani sulla roccia. Dov’è l’attacco? Dopo esserci confrontati fra noi decidiamo che l’attacco non può che essere lì, un cammino facile, di secondo grado massimo. Ci si imbraga, si decide chi salirà da primo, e via: l’esperienza ha inizio.
Le prime arrampicate della storia
La numero uno
Se avete pensato a Zio Paperone avete pensato giusto: il titolo che avete appena letto ce l'ha suggerito lui, il riccastro sommerso dai fantastilioni e dai fantastiliardi che, tuttavia, non poteva fare a meno della sua prima monetina, di quel centesimo che aveva segnato l'inizio della più grande avventura pecuniaria di ogni luogo e di ogni tempo. Dove vogliamo arrivare? All'avventura alpina, alla folle cronaca con migliaia e milioni di notizie che si inseguono, alle "ultimissime" subito gettate nel calderone e subito divorate da un pubblico tanto affamato, colpito da un singolare genere di bulimia, che non fa troppo caso a quello che gli viene rifilato. Avanti ancora, però: con il gioco dello specchio, per finire tra le "primissime" di cui nessuno più si ricorda e alla "numero uno", all'"ultimissima" dall'altra parte della lunga serie, alla cronaca della prima arrampicata – proprio così! – che è molto più antica di quello che credete. Come l'abbiamo pescata non ve lo vogliamo dire. Dobbiamo però rivelare che il testo che leggerete, a cui d'ora in poi penseremo con tanto affetto – non sta forse all'origine di tutto quello che ogni giorno vi raccontiamo? – è opera di Quinto Curzio Rufo, storico latino del primo secolo dopo Cristo e autore di una storia di Alessandro Magno in dieci libri (Historiarum Alexandri Magni libri X) dall'inizio della spedizione in Asia Minore (334 a.C.) fino alla prematura morte del condottiero (323 a.C.). Ebbene: nel settimo libro dell'opera, in stile correttamente classico e modellato sull'esempio di Livio, ci imbattiamo ad un tratto in un brano singolare, in cui si parla di "rupi male accessibili", "cime dei monti coperte di ghiaccio perenne", "cunei di ferro da piantare tra i massi", "solide funi" e "fessure". È la nostra "numero uno": la prima cronaca di un'arrampicata, di una scalata vecchia di 2300 anni che fu anche, purtroppo, la prima gigantesca tragedia del suo genere.
K2, il caso e' chiuso
Il caso è chiuso. Aveva ragione Bonatti. 54 anni dopo, pressoché un primato, esiste una verità ufficiale sulla prima salita al K2. Bonatti riabilitato, non sfruttò l’ossigeno delle bombole che aveva portato in quota a Compagnoni e Lacedelli. I vincitori lo respirarono fino alla vetta. E tantissimi altri pesanti particolari di quelle ultime ore sulla seconda vetta del mondo sono da rivedere, dalla notte in tenda dei due, in una posizione diversa rispetto a quanto concordato, al terribile bivacco nella neve di Bonatti e Mahdi: un capitolo intero, sostanzialmente, del volume sulla spedizione firmato da Ardito Desio.
Quando il Signore ci chiama, bisogna andare
Questa mattina è arrivata la notizia della tragica scomparsa di Karl Unterkircher sul Nanga Parbat. L’altoatesino stava cercando di aprire una nuova via sulla parete Rakhiot. A circa 6.400 metri di quota la costola di neve dove Unterkircher stava battendo traccia è crollata sotto i suoi piedi, facendolo precipitare in un crepaccio. BERGAMO — Ci sono articoli, in questo strano mestiere, che non avresti mai voluto scrivere. Sono quelli che raccontano della morte di persone che conosci direttamente, amici o parenti. Stavolta, mi tocca scrivere di un amico scomparso, mentre le dita faticano a scorrere sulla tastiera, rallentate dal dolore.
Karl Unterkircher era un mio amico. Lo conoscevo da tre anni. Era una bella persona, di quelle che vale la pena incontrare. Aveva una compagna e tre figli che adorava. Così come adorava quelle montagne che sono state la sua vita e che la vita gliel’hanno tolta.
Nell’alpinismo era un “natural”. Un talento naturale, quel piccoletto tutta calma, tecnica e coraggio. Aveva dentro di sè una dote straordinaria: la serenità, che gli consentiva di passare indenne fra le bufere e raggiungere anche gli obiettivi più difficili, come la terribile parete del Gasherbrum II, lo scorso anno, o il Jasemba con Kammerlander, sempre nel 2007.