20Set 2008

Riccardo Cassin

 Di origine friulana, dal 1926 vive a Lecco e si forma come alpinista intorno al 1930 sulle guglie delle Grigne.
Fu certamente una delle figure più importanti dell'alpinismo dell'epoca del sesto grado, prima della Seconda Guerra Mondiale. Probabilmente la lista delle sue prime ascensioni non ha eguali, avendo risolto, grazie alla sua tenacità e decisione, i maggiori problemi alpinistici dell'epoca, sia sulle Dolomiti sia sulle Alpi Occidentali. Il 1934 e il 1935 sono gli anni del grande alpinismo dolomitico di Cassin. Nel 1934 compie la prima ascensione delle Piccolissima delle Cime di Lavaredo. Nel 1935, dopo aver ripetuto la grande via di Emilio Comici sulla parete nord-ovest della Civetta, scala il fantastico spigolo sud-est della torre Trieste e, con Vittorio Ratti, apre una via di estremo ardimento sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, impresa ambitissima dopo che nel 1933 i cortinesi Angelo e Giuseppe Dimai e il triestino Emilio Comici avevano salito la Nord della Grande.
Nel 1937 Cassin sposta la sua attenzione al granito delle Alpi Centrali. In tre giorni, funestati dal maltempo, compie la prima salita dell'enorme parete nord-est del Pizzo Badile assieme a Ratti ed Esposito ed alla cordata dei comaschi Molteni e Valsecchi, che moriranno di sfinimento lungo la discesa. Anche questa via oggi è famossissima e frequentemente percorsa.

13Set 2008

L'ascesa al cratere

 Racconto della salita al Monte Etna (3330 mt.)

Siamo arrivati su. Anche tu, che pensavi che non ce l’avresti mai fatta, che pensavi che sarebbe stato impossibile arrivare in cima. Tu che pensavi di fermarti molto prima, di lasciar perdere, di non avere le gambe e di esser rimasto senza fiato.

Invece sei arrivato, dimostrando a te stesso e agli altri, che anche le scalate all’apparenza più difficili possono essere fatte.

Sono le sette di sera, partiamo dalla base. Siamo in trenta, zaino in spalla, muniti di cambi e un sacchetto con lo stretto necessario: acqua (poca), un paio di frutti e un tozzo di pane con formaggio: devono bastare, non avremo niente di più. Il sole lentamente cala a ponente, dietro l’orizzonte di una Sicilia calda e infiammata. Sotto di noi si stagliano le pianure che si addentrano nella terra di Trinacria, verso il torrido entroterra che vede sorgere le città di Caltanissetta ed Enna.

Siamo pronti, sappiamo che ci aspettano due giorni duri, facciamo un sorriso, consapevole e fotogenico. Si parte: quattro gruppi, tra una chiecchiera e la prima goccia di sudore che cala sulla pelle. 

05Set 2008

Vetta occidentale del Corno grande, cresta Est-SudEst 2912 m. s.l.m.

 AD+, passaggi fino al IV+, 360 metri di sviluppo (10 tiri totali). Accesso da Campo Imperatore, totale A/R 9-10 ore

Non capita spesso di sentire la musica latino americana a Campo Imperatore fino alle 11 di sera, ma anche a questo ormai bisogna abituarsi. Siamo all’ostello, perché l’indomani mattina si parte per la cresta sud est del Corno Grande, via di salita che da un po’ abbiamo programmato. Ci sono le condizioni adatte, il tempo sarà buono almeno fino al pomeriggio e noi come al solito siamo ansiosi di confrontarci con la roccia dell’Appennino, stavolta con quella di sua maestà il grande Corno, meno bella ma non per questo meno interessante della più compatta del Corno Piccolo.

Rapida colazione e si parte: due cordate da due componenti, rinvii, friends, dadi, fettucce, cordini, moschettoni e quattro mezze corde negli zaini. La giornata sembra calda e saliamo lungo il sentiero facendo parte dell’“orda umana” che il fine settimana assalta la vetta più alta dell’Appennino: il primo tratto è per tutti in comune lungo la normale, al bivio segnalato pieghiamo in direzione del “famoso” sassone, punto di riferimento per coloro che generalmente procedono per la direttissima alla vetta occidentale. Siamo in tanti e tra questi molti si fermano a godere dello splendido panorama che si ha del lato orientale della catena del Gran Sasso. Rapida pausa e giù in direzione del bivacco Bafile, spettacolare nido d’aquila riconoscibile per il suo inconfondibile colore rosso. Il sentiero è ben tracciato e tra sfasciumi di roccia ci dirigiamo verso delle evidenti rampe che indicano l’attacco della nostra via. Mentre saliamo ci accorgiamo che altre due cordate ci faranno compagnia lungo salita; poco male, poteva andare peggio visto l’affollamento di mezz’ora fa! Stiamo bene e come al solito siamo pronti e motivati per una nuova avventura, a quasi un anno di distanza dalla prima esperienza alpinistica dalle parti del Gran Sasso. Abbiamo con noi delle relazioni tratte da internet, le quali si riveleranno un valido aiuto che va comunque sempre verificato, poiché spesso risentono di valutazioni eccessivamente soggettive. Mentre prepariamo gli imbraghi e ci leghiamo, siamo distratti da un povero escursionista intento prima ad osservare e poi a rincorrere il suo zaino rotolare giù per un canale ripido; il proprietario distratto ma tenace, alla fine lo recupererà non senza fatica, accompagnato da un applauso liberatorio e un po’ ironico degli amici in sua compagnia.

30Ago 2008

GAETA, Via dello spigolo sviluppo 120 metri: 5c, 4c, 5a, 5b, 5a

 E’ una mattinata calda di giugno e per quattro dei cinque partecipanti, è la prima scalata al livello del mare. Siamo a Gaeta, sito balneare tra il Lazio e la Campania e l’odore di aria salmastra rende strano, per noi aspiranti alpinisti, l’arrampicare senza le rocce e il verde sotto i piedi, ma con il blu intenso del mare che spumeggia infrangendosi sugli scogli. Ci accingiamo a salire la classica VIA DELLO SPIGOLO che, come dice la relazione che abbiamo, è una via ben protetta ma, ovviamente, non siamo in falesia dove gli spit sono ravvicinati e quindi, se qui si vola, i metri di caduta possono essere molti. Per giungere all’attacco della via non seguiamo un sentiero, come normalmente si fa in montagna, ma, è una delle particolarità di questo luogo dall’indubbio fascino paesaggistico, ci caliamo dall’alto con una serie di corde doppie che ci porteranno su una cengia a pochi metri dal mare.

L’attacco si presenta subito non facile: è una placca con pochi appigli e per lo più viscidi (in gergo unti), il che aumenta almeno di un grado questo passaggio quotato 5c. E’ la “miscela” salsedine e continuo passaggio degli arrampicatori a rendere gli appigli così scivolosi e l’insicurezza che trasmette la placca richiede al primo di cordata un’attenta concentrazione. Vinta la placca dobbiamo affrontare un ostico traverso, viscido anch’esso al punto che neppure l’abbondante utilizzo della polvere di magnesite evita che le mani scivolino dalle prese di roccia. Arrampicare in queste condizioni è un’esperienza a tratti snervante, ma utile per tutti sicuramente per concentrarsi e non perdere la pazienza. E’ questo uno dei pregi formativi dell’arrampicata! Sapersi dominare ed essere padroni del proprio corpo e della propria mente.