Anno strano, il 2022. Tanti eventi si sono susseguiti nella tragica continuità pandemia-guerra ed altri fenomeni hanno preso la ribalta. Ma se è d’obbligo essere diffidenti rispetto alle mode mediatiche, per lo più funzionali all’addomesticamento del pensiero, nel caso dei cambiamenti climatici in atto, la ‘notiziona’ in voga da un po' di anni a questa parte, non possiamo non constatare la drammaticità di una situazione che, da amanti della montagna e della natura, ci vede diretti ed interessati osservatori. Poi sull’analisi e la sintesi, sulle cause ed i rimedi del cosiddetto ‘riscaldamento globale’, come anche sulle tante speculazioni che vi girano attorno, potremmo aprire un dibattito, visto che le nostre posizioni sono radicalmente distanti da ogni forma di ambientalismo ed ecologismo ‘greta style’, ma ovviamente non è questa la sede. Qui ci limiteremo a raccontarvi della nostra avventura alpina che, come da tradizione, avviene all’inizio dell’estate anche se, nel 2022, l’estate è iniziata praticamente il 15 maggio. E questo lo temevamo, considerato che oltre al caldo precoce, i mesi invernali e primaverili sono stati particolarmente avari di precipitazioni e, quindi, è mancata quella neve che rappresenta l’indispensabile ricarica per i ghiacciai, ormai sempre più in difficoltà.
Ma andiamo per ordine, non senza prima aver dedicato un pensiero ed una preghiera agli alpinisti della Marmolada, gli sfortunati che sono stati travolti da un seracco più grande di un palazzo, proprio quando noi eravamo in Val d’Aosta nel pieno della nostra gita: abbiamo appreso la notizia solamente al ritorno in pianura e forse questo è stato un bene. Possano le vostre anime trovare pace, dopo essere state strappate mentre facevate quello che amavate fare: andare per montagne.
Partiamo sabato 1° luglio, stavolta in formato squadra ridotta poiché, per vari motivi lavorativi, alcuni dei nostri amici hanno dovuto rinunciare. Direzione Aosta, dove alloggeremo nei paraggi, non senza aver fatto una visita alla falesia (molto carina) di Vollein ed aver scalato qualche via su gradi facili e non senza aver conosciuto l’ospitale locandiera Paola che ci accoglierà con un “aho, ma siete romani!” (pronunciato in valdostano ovviamente), e non senza aver cenato in un posto che, citando qualcuno più famoso di noi, rientrerebbe a buon diritto nella categoria ‘cucine da incubo’! Per fortuna la notte scorre tranquilla e ci dirigiamo verso Pont, ultima frazione dell’amena Valsavaranche, nel pieno del Parco del Gran Paradiso.
Prepariamo gli zaini pesantissimi, corde e ferraglie varie si fanno sentire sulle spalle, e ci incamminiamo a ritroso lungo i due km e mezzo della strada appena percorsa in auto, poiché l’intenzione è di fare il giro dei due rifugi che caratterizzano questo angolo del Gran Paradiso: al ritorno dal rifugio Vittorio Emanuele II saremo direttamente all’auto, risparmiandoci ulteriori ed inutili fatiche. Dopo la camminata su asfalto, attacchiamo finalmente il bel sentiero che sale al rifugio Chabod, frequentatissimo da ogni tipo di escursionista o alpinista. In due ore circa di buon trekking siamo nei pressi del rifugio, ma evitiamo l’ultimo strappetto di salita poiché il bivio che porta al rifugio Vittorio Emanuele II, dove pernotteremo, è prima. Ci riposiamo al sole come lucertole, un bel po' di acqua e qualche barretta energetica e via, coi nostri 30 kg sulle spalle, ci incamminiamo nuovamente. Passiamo sotto la parete nord del Gran Paradiso, veramente spettacolare ed ambita se non fosse che le condizioni fanno veramente schifo: già l’avvicinamento alla parete dal rifugio Chabod è normalmente un dedalo di crepacci, quest’anno anche le condizioni della parete stessa non sono affatto buone (c’è già tanto ghiaccio grigio e rovinato). Chissà, un giorno ci penseremo, ma senza smania o frenesia, poiché ogni cosa deve avere il suo momento o semplicemente non lo deve avere affatto.
Anche il sentiero che congiunge i due rifugi è bello, per quanto molto assolato e, peraltro, da noi percorso all’ora di pranzo; è una sorta di lungo traverso fatto di sali e scendi, con un panorama aperto su tutta la valle e le cime circostanti. Alle 15 arriviamo al Vittorio Emanuele II, pieno di escursionisti ma anche di alpinisti che tornano dalla cima o che salgono da valle, questi ultimi in procinto di affrontare la salita al Gran Paradiso nella notte seguente, come noi. Sistemato il materiale e riposato un po', ci godiamo il panorama dai 2.700 metri, osservando il Monte Ciarforon e la Becca di Monciair, le cui condizioni di neve e ghiaccio sono al passo coi tempi. Qualche birra, alcuni avvistamenti di stambecchi che pascolano, un po' di chiacchiere con altri alpinisti e le rispettive guide per capire le condizioni della salita, ed alle 21.30 si va a nanna.
Sveglia alle 03.15, nel mentre di un bello scroscio di pioggia che ci lascia per un attimo interdetti.
La sala da pranzo si riempie per le colazioni, mentre fuori è tutto avvolto dal silenzio e dall’oscurità. Siamo pronti ed imbragati per risparmiare peso, ed alle 04.20, in compagnia delle altre cordate, molte delle quali tedesche, francesi e spagnole, si parte per l’ascesa. La temperatura è alta nonostante la quota e si suda un bel po' mentre risaliamo il torrente seguendo gli ometti di pietra: la
via corretta sarebbe stata più a sinistra ma senza problemi anche questa va bene, se non altro ci divertiamo a scalare qualche masso... Mentre iniziano i chiarori dell’alba, una volta giunti alla testata della valle, pieghiamo a sinistra e risaliamo la parte che un tempo era fatta di neve e ghiaccio: oggi non c’è più nulla di tutto questo, o meglio c’è solo una lastra grigio-nera di vetrato che deve essere per forza aggirata passando per le rocce. La sera prima, non a caso, una guida ci aveva detto che la normale al Gran Paradiso, per come era un tempo e per come si leggono ancora le recensioni, ormai non c’è più o quanto meno sparisce presto e non può essere più percorsa per tutta l’estate. Siamo al 4 luglio e sembra di essere a settembre, il settembre però di un anno siccitoso. Saliamo le rocce montonate, a volte affrontando anche qualche facile passaggio di arrampicata e dopo un po' sbuchiamo sulla grande pietraia che, sempre alla destra dell’ex ghiacciaio, contraddistingue la via di salita che dovrà portarci alla cosiddetta ‘Schiena d’Asino’.
Altra pietraia, stravolta ripida ed instabile ed eccoci al termine di questi primi 800/900 metri di salita, finalmente pronti per mettere i ramponi e legarci in cordata. Il tempo è abbastanza nuvoloso ed alterna qualche rapida precipitazione di neve tonda a delle raffiche di vento, ma nel complesso la situazione è abbastanza stabile. Si risale la ‘Schiena d’asino’, si aggira qualche buco non preoccupante e in direzione della Becca di Montcorvè inizia il lungo traverso che ci porterà fin sotto le roccette della vetta.
Stiamo poco sotto i 4.000 metri e assieme a tante cordate superiamo dapprima la crepacciata terminale, chiusa e per ora sicura, ed affrontiamo il traverso tra le rocce che ci porterà ai pioli che da qualche anno sono stati sistemati per agevolare la salita e soprattutto per evitare le lunghe code che spesso si formavano: la vetta del Gran Paradiso, infatti, o meglio il punto ove è collocata la Madonnina, si trova su uno sperone roccioso, esposto ed abbastanza stretto, dove anni addietro, nei giorni di maggior affollamento, si attendeva anche più di un’ora per salire in cima. Con questo nuovo sistema, invece, si sale abbastanza veloci avendo cura di non cadere perché ovviamente qui non c’è margine di errore. Sono le 9.00 e siamo accanto alla bianca ed immacolata statua della Madonnina, felici per la scalata appena compiuta, con un pensiero ai nostri cari che come sempre ci hanno sostenuto a distanza, con una preghiera al Cielo di ringraziamento e con un panorama che non si vede perché c’è solo nebbia e vento. Poco male, non c’è molto tempo per sostare anche perché altre cordate arrivano e lo spazio in cima è veramente risicato. Affrontiamo in discesa l’altra parte rocciosa, un bel traverso esposto su una esile cengetta che ‘guarda’ sotto verso il ghiacciaio della Tribolazione: il passaggio è adrenalinico ma tecnicamente facile, con possibilità di assicurarsi senza problemi. Passato anche questo punto e traversato l’ultimo tratto di cresta siamo nuovamente sul ghiacciaio, veloci per riscendere non senza far passare le altre cordate che continuano a salire.
Una volta arrivati alla fine del ghiacciaio ed all’inizio della pietraia, c’è tempo per una sosta più lunga e psicologicamente necessaria, poiché ci attendono quasi mille metri di discesa fino al rifugio (e poi altri 800 fino a valle), decisamente poco comodi. Fortunatamente, in discesa ci raggruppiamo con le altre cordate, alcuni delle quali accompagnate dalle guide che conoscono bene il territorio.
Sono le 12.30 e siamo nuovamente al Vittorio Emanuele II, stanchi, sporchi ma felici. L’idea è di fare una sosta veloce per poi ripartire in direzione Pont, dove abbiamo lasciato l’auto il giorno prima: la sosta sarà ancora più veloce perché un temporale si sta avvicinando. Con le spalle nuovamente sovraccaricate e le gambe ed i piedi affaticati, ci tocca nuovamente di andare, e veloci percorriamo il sentiero, prendendo anche un po' di pioggia. Arriviamo all’auto e messo via lo zaino e messi via gli scarponi, dopo una bella rinfrescata, ci rifocilliamo con panino e birra nel bar limitrofo al campeggio: le facce stanche e cotte dal sole raccontano di un’ascesa lunga, più impegnativa del previsto per quel che riguarda il piano fisico, diversa dalle altre che negli anni avevamo fatto sulle Alpi e che erano state per gran parte su ghiaccio e neve. Sapevamo che il Gran Paradiso era tecnicamente facile e nel complesso così è stato (bisogna solo fare attenzione alla cresta finale ed alla interminabile pietraia), ma oggettivamente non pensavamo di fare praticamente tre quarti della salita senza ramponi e senza corda: si cammina tanto ed il ritorno, se fino a valle, è decisamente lungo (in due giorni abbiamo cumulato quasi 35 km).
È un po' deprimente osservare quel che rimane di maestosi ed imponenti ghiacciai, in molti casi ridotti a fossili nero-grigiastri circondati da detriti morenici, ma temiamo che ci dovremo abituare a questo ‘spettacolo’, andando a rivedere i percorsi ed i momenti per la salita: scalare un 4.000 ad inizio luglio rischia di essere troppo in avanti con la stagione, andando incontro a situazioni anomale ed oggettivamente più pericolose, o comunque non riconducibili alla ‘normalità’ che per decenni ha contraddistinto le vie di salita. Già sul Monte Bianco tre anni fa o sul Monte Rosa o sul Gran Zebrù lo scorso anno, avevamo fatto questa considerazione, ma mai come quest’anno siamo stati testimoni di una situazione sempre più compromessa. Ciò non toglie, tuttavia, che il Gran Paradiso è una bellissima ascesa in grado di regalare emozioni e sensazioni che solo l’alta montagna sa trasmettere, così come di stimolare quella concentrazione e quella introspezione che si fa forte quando ci si avvicina al Cielo. Quel Cielo al quale aspiriamo noi comuni mortali, passando, se Dio vuole, per il (Gran) Paradiso.
In alto i cuori!