Siamo ormai a poca distanza dalla vetta del Gendarme delle Malecoste, così chiamata dagli alpinisti locali, oggi divenuta Cima Giovanni Paolo II e, visto il cielo nero, i fulmini ed i tuoni decidiamo che questa sarà la nostra meta, nonostante per il Pizzo Cefalone, ben visibile, non manchi tanto: proseguire oltre sarebbe un rischio troppo grande e bisogna saper riconoscere i segnali palesi intorno a noi.
Ancora qualche metro di cresta e siamo sotto la grande croce di ferro dedicata al Papa; il tempo di alcune foto con il nostro gagliardetto e si riparte veloci per la discesa. Peccato non poter proseguire, la cresta che separa la Cima Giovanni Paolo II da Pizzo Cefalone sembra essere aerea ed entusiasmante, ma la roccia bagnata ed i fulmini e i tuoni che si susseguono non sono per nulla rassicuranti… Detto, fatto: il tempo di uno sguardo alle nostre spalle e un fulmine si scaglia dritto sulla vetta del Pizzo: folgore dritta dal cielo che illumina e rimbomba!
Coscienti della bontà e della lungimiranza della nostra scelta di non proseguire, messa da parte qualsiasi smania da prestazione, visto l’approccio rispettoso alla montagna quale strumento di conoscenza e di crescita per ognuno di noi, riscendiamo rapidi la cresta della Malecoste lungo il percorso della salita. Lasciamo le racchette, potenziali ricettori di scariche elettriche, per evitare di attirare ulteriormente i fulmini, che nel frattempo cadono tutti intorno a noi. Dicevamo, peccato non poter proseguire, ma anche fermarsi con un po’ di calma in una zona del Gran Sasso selvaggia e carica anche di significato… poco più avanti il Pizzo Cefalone, sotto le sue rupi, ci sono i resti della grotta dove la notte del 5 giugno del 1230 moriva il “viandante” ed eremita Franco, il Santo del Gran Sasso….
Il sentiero per la discesa non è visibile, come non è visibile la valle a causa del maltempo che persiste: occorre decidere in fretta come procedere ed anche per la discesa scegliamo la direttissima. Avvallamenti, terrazzamenti e alcuni passaggi da affrontare anche con le mani: la discesa è rapida, sviluppata in grande concentrazione, resistenza e lucidità. Ritorna la grandine, il temporale non si placa, l'erba rende scivoloso ogni passo, ma riusciamo ritrovare il sentiero ed in grande compattezza avanziamo verso valle.
Come prevedibile, la pioggia si attenua ed il cielo si rischiara quando abbiamo raggiunto l'auto parcheggiata vicino alla strada. Completamenti bagnati, quasi fossimo usciti da una gara di nuoto piuttosto che da un’escursione in montagna, ci cambiamo e ripartiamo verso Roma.
I paesaggi che abbiamo attraversato mozzano il fiato, ma il maltempo ci ha impedito di goderne a pieno: pertanto, è stata un'escursione soprattutto allenante nel fisico – oltre 1.500 metri di dislivello complessivi e pendenze notevoli, con terreno scivoloso – e nella mente, per la lucidità necessaria a superare le difficoltà e per la capacità di riconoscere quanto la montagna ci comunica.
Quindi, ancor più convintamente, GEO dà appuntamento sull'Etna fra qualche giorno.
Per andare più avanti ancora!
Ancora qualche metro di cresta e siamo sotto la grande croce di ferro dedicata al Papa; il tempo di alcune foto con il nostro gagliardetto e si riparte veloci per la discesa. Peccato non poter proseguire, la cresta che separa la Cima Giovanni Paolo II da Pizzo Cefalone sembra essere aerea ed entusiasmante, ma la roccia bagnata ed i fulmini e i tuoni che si susseguono non sono per nulla rassicuranti… Detto, fatto: il tempo di uno sguardo alle nostre spalle e un fulmine si scaglia dritto sulla vetta del Pizzo: folgore dritta dal cielo che illumina e rimbomba!
Coscienti della bontà e della lungimiranza della nostra scelta di non proseguire, messa da parte qualsiasi smania da prestazione, visto l’approccio rispettoso alla montagna quale strumento di conoscenza e di crescita per ognuno di noi, riscendiamo rapidi la cresta della Malecoste lungo il percorso della salita. Lasciamo le racchette, potenziali ricettori di scariche elettriche, per evitare di attirare ulteriormente i fulmini, che nel frattempo cadono tutti intorno a noi. Dicevamo, peccato non poter proseguire, ma anche fermarsi con un po’ di calma in una zona del Gran Sasso selvaggia e carica anche di significato… poco più avanti il Pizzo Cefalone, sotto le sue rupi, ci sono i resti della grotta dove la notte del 5 giugno del 1230 moriva il “viandante” ed eremita Franco, il Santo del Gran Sasso….
Il sentiero per la discesa non è visibile, come non è visibile la valle a causa del maltempo che persiste: occorre decidere in fretta come procedere ed anche per la discesa scegliamo la direttissima. Avvallamenti, terrazzamenti e alcuni passaggi da affrontare anche con le mani: la discesa è rapida, sviluppata in grande concentrazione, resistenza e lucidità. Ritorna la grandine, il temporale non si placa, l'erba rende scivoloso ogni passo, ma riusciamo ritrovare il sentiero ed in grande compattezza avanziamo verso valle.
Come prevedibile, la pioggia si attenua ed il cielo si rischiara quando abbiamo raggiunto l'auto parcheggiata vicino alla strada. Completamenti bagnati, quasi fossimo usciti da una gara di nuoto piuttosto che da un’escursione in montagna, ci cambiamo e ripartiamo verso Roma.
I paesaggi che abbiamo attraversato mozzano il fiato, ma il maltempo ci ha impedito di goderne a pieno: pertanto, è stata un'escursione soprattutto allenante nel fisico – oltre 1.500 metri di dislivello complessivi e pendenze notevoli, con terreno scivoloso – e nella mente, per la lucidità necessaria a superare le difficoltà e per la capacità di riconoscere quanto la montagna ci comunica.
Quindi, ancor più convintamente, GEO dà appuntamento sull'Etna fra qualche giorno.
Per andare più avanti ancora!