Una passeggiata solitaria sulle Dolomiti del Brenta

Il cammino prosegue, facendo attenzione al rischio caduta massi che pare essere frequente da queste parti e, soprattutto, cercando di immortalare ogni splendido dettaglio del luogo. Supero una breve ma suggestiva galleria scavata nella roccia, abbassandomi per non sbattere la testa, attraverso una piccola passerella di legno ed eccomi al rifugio, purtroppo chiuso nel periodo invernale.
Poco male, il gran silenzio e la perfetta solitudine aiutano a stare serenamente con sé stessi e a dedicarsi a sane riflessioni sulla vita, ai bilanci ed ai propositi.
Il tutto partendo da una domanda obbligatoria: quante volte, nel corso della nostra vita ordinaria, ci facciamo prendere da inutili frenesie ed agitazioni, sopravvivendo affannosamente all’interno di una ruota dal moto perpetuo e sempre più vertiginoso?
Ed invece la montagna eccola qui, davanti a me, maestosa, silenziosa, severa, immobile da millenni e testimone delle storie di noi essere umani, così piccoli dinanzi alla sua grandezza. Chi sa se gli alpinisti, i camminatori, i pionieri, i soldati, i fuggitivi, i pastori che sono passati di qui avranno avuto le mie stesse impressioni? Osservando queste piramidi di roccia e neve, oltre a percepire un assoluto timore reverenziale, ricevo l’energia magnetica di una forza tranquilla che può essere mia alleata, ma solo se compresa e rispettata. La montagna, infatti, non deve essere conquistata né violata, ma corteggiata con semplicità e determinazione, senza finzioni e senza inganni. Consulto la cartina e scorgo un sentiero che si dirige verso un altro rifugio. Non ci penso due volte e rimesso lo zaino in spalla decido di prenderlo, visti i tempi di percorrenza brevi, solo 40 minuti.
Il versante è esposto al sole, ma purtroppo intravedo le prime tracce di ghiaccio. Proseguo comunque la salita e dopo un po', quasi senza accorgermene (!), sono in un punto in cui, complice anche la pendenza, gli scarponi non hanno sufficiente aderenza col terreno. Ovviamente non ho con me né ramponi né piccozza, ma solo i bastoncini sui quali cerco di stare in precario equilibrio. Sto sperimentando, sulla mia pelle, l’esperienza pericolosa di un passaggio inaspettato e non programmato che coglie alla sprovvista. È vero, di inverno si sale attrezzati ma, francamente, vista la quota e seguite le indicazioni che mi erano state date, non pensavo assolutamente alla presenza di infido ghiaccio vivo sul sentiero…
Nel giro di un minuto il sudore ed il panico mi assalgono, penso a possibili soluzioni, perfino a quella di lasciarmi scivolare per il pendio. Follia! Mi rispondo subito, anche se sono solo una ventina di metri, rischierei di farmi seriamente male. Molto lentamente ritorno sui miei passi, cercando di scalfire il ghiaccio con le punte degli scarponi e con i bastoncini. Regolo il respiro e mi concentro sugli appoggi ed in breve sono fuori dal pericolo. Mi siedo e riprendo fiato, mentre osservo quel passaggio ghiacciato che mi ha sbarrato la strada.
Penso alle tante tragedie che in questo periodo si sono verificate sugli appennini, agli escursionisti ed agli alpinisti (anche esperti) che sono scivolati su un terreno che apparentemente sembrava facile, ma che le condizioni climatiche anomale (ghiaccio vivo, poca neve, rocce scoperte) hanno reso molto tecnico e difficile. Sopravvalutazione delle proprie possibilità e sottovalutazione dei pericoli? Incoscienza o imprudenza? Approccio titanico alla montagna? Chissà, di certo non sta a me giudicare, anche se, come appena ho verificato, la previsione in montagna dei potenziali pericoli, delle condizioni del terreno, delle condizioni meteo, delle difficoltà oggettive, del materiale da portare, etc., è un aspetto fondamentale, più della preparazione atletica o tecnica. Senza adeguata previsione, infatti, che non equivale ad un calcolo esasperato e manicale altrimenti quella che è un’esperienza di libertà si trasforma in una fredda ed asettica “pratica da risolvere”, aumenta il rischio di commettere gravi e fatali errori.
Pertanto, all’iniziale frustrazione per non aver completato il giro programmato, subentra la consapevolezza che la montagna comanda e che oggi è giusto che vada così. E poi, se un giorno tornerò da queste parti, avrò la possibilità di completare il percorso…
Ripercorro a ritroso il sentiero e l’umana voglia di riscatto mi porta a seguire il “Sentiero delle grotte” che conduce al rifugio “La montanara”, a circa 1600 metri, nello splendido scenario dell’altopiano del Pradel.
Arrivato, lo trovo aperto e molto accogliente. Una buona birra faccia al sole e nel mio zaino c’è spazio per gli insegnamenti oggi ricevuti.
Ritorno in silenzio a Molveno. Grazie montagna