Parlando del concetto di limite sono emersi, dalle slide che venivano trasmesse, vari interrogativi: il limite è solo sportivo o anche culturale? Il limite è assoluto o relativo? Soggettivo od oggettivo? Quantitativo o qualitativo? Il suo superamento è spinto da motivazioni personali (fama, denaro, potere) o come sfida assoluta?
Il dibattito ha evidenziato come la spinta al superamento del limite sia un fattore mediatico e sociale che possa simultaneamente arricchire la collettività, attraverso gli sforzi di miglioramento che implica, ma anche abbrutire la collettività innescando eccessi di competitività esasperata che alienano lo sport dalla sua dimensione umana.
Paolo Caruso introduce un altro importante concetto e racconta come possa essere la ricerca interiore a condurre oltre determinati limiti dischiudendo percorsi ed orizzonti innovativi (a volte il superamento di certi record è una conseguenza di questo processo di ricerca).
Questa ricerca lo ha animato nello sviluppo delle proprie attività, dalle imprese di cui è stato protagonista (la più nota è la prima invernale del Cerro Torre in Patagonia nel 1985 con Salvaterra, Giarolli e Sarchi), agli sforzi di definizione della metodologia didattica cui ha dato il nome.
L’atmosfera dell’incontro si arricchisce grazie agli audiovisivi….. In città si respira aria di montagna e d’avventura.
Paolo Caruso, sottolinea che l’approccio dei pochi professionisti è necessariamente diverso da quello dei tanti praticanti. Per tutti vale però l’opportunità di esplorare se stessi nell’affrontare per esempio le difficoltà che una parete di roccia impone. Trovare la via migliore per salire. Non è forse questa frase una concisa metafora applicabile alla vita?
“Occorre abbandonare lo spirito competitivo che blocca la nostra mente”, interviene Marco Antonetti. Nel suo doppio ruolo di insegnante di arrampicata e di Educazione Fisica, illustra una situazione piuttosto diffusa tra i giovani.
Molti ragazzi esprimono viva ammirazione per le attività estreme cosiddette “No Limits” mostrando allo stesso tempo demotivazione rispetto ai traguardi che essi stessi possono raggiungere. Poca stima di se stessi e scarso bisogno di stabilire un rapporto con la propria fisicità e le proprie potenzialità. Spesso questi ragazzi focalizzano l’attenzione sui record raggiunti dagli altri (pochi e fortissimi) per giustificare la propria pigrizia caratteriale prima che fisica.
Altro tema approfondito è stato quello della dimensione psicologica delicatissima cui spesso molti atleti ai massimi livelli sono costretti dalla pressione esercitata su di loro e dall’ansia prestazionale che ne deriva. Il benessere, le gratifiche e la legittima soddisfazione di questi atleti sono purtroppo assai precari per lo squilibrio indotto dai meccanismi “tritatutto” della iper-competitività dominante.
Si è parlato di doping, salute, solidarietà ed impatti sociali ed ambientali di un certo tipo di pratiche alpinistiche. Le considerazioni al riguardo hanno spaziato, sottolineando l’assenza di un’etica condivisa. Per raggiungere a tutti i costi un risultato, ci ricorda nuovamente Caruso, molti credono di poter usare ogni mezzo “utile” credendo addirittura di essere dispensati dai doveri di mutuo soccorso che ogni essere umano degno di questo nome ha.
Esempi sulle questioni etiche che animano i dibattiti nelle comunità alpinistiche sono:
Il doping (ad esempio l’uso del viagra, vasodilatatore che facilità anche le “prestazioni” in alta quota, oppure l’ossigeno di notte);
L’abuso della tecnologia (andare con l’elicottero da un 8000 all’altro per effettuare dei concatenamenti più veloci);
Il denaro (usato molto per permettere la diffusione di un turismo alpinistico per portafogli gonfi non supportati da adeguate capacità tecnico-atletiche, usato poco per ripulire i campi base e quelli in quota dai rifiuti che le spedizioni sempre più numerose lasciano).
Micaela Solinas, istruttrice di arrampicata ed esperta di tematiche turistico-ambientali sostenibili, effettua a beneficio dei presenti, una ricognizione introduttiva sui benefici e sui disagi che il quadro normativo di tutela ambientale comporta.
L’auspico al termine dell’intervento è che le autorità preposte diano priorità all’educazione “sul corretto modo di andare in montagna”, piuttosto che limitarsi all’emanazione di divieti sempre più numerosi. Purtroppo alcuni di questi divieti non tengono conto delle popolazioni residenti nelle aree soggette ai divieti stessi e talvolta trascurano la necessità di considerare adeguatamente il diritto di fruizione delle aree protette da parte di chi opera nel pieno rispetto dell’ambiente naturale.
Regolamentazione non è sinonimo di Proibizione, la rima proposta è Educazione.
Gli spunti in questo pomeriggio romano sono stati davvero tanti. Tra questi, quello di ricordare a se stessi una verità tanto semplice quanto trascurata, benché applicabile nella quotidianità di ognuno e negli ambiti più disparati: “Non è quello che si fa, né il dove a determinare dei cambiamenti essenziali, ma è il come.”
Aumentando la consapevolezza di come scaliamo, potremo migliorare noi stessi ed il rapporto con la natura e tutti gli esseri senzienti che in essa dimorano.
Riccardo Oliva