Monte Tarino

Partiamo alla volta del parco dei Monti Simbruini, come sempre combattuti tra i richiami di un letto ancora caldo lasciato di buona mattina e la voglia di immergerci in quella che, grazie al prepotente anticiclone dell’Azzorre, sarà una splendida giornata di sole, dal clima piuttosto mite per il periodo. I boschi di faggi dei Simbruini sono tra i più belli e vasti in tutta Europa, ed in autunno, lo sappiamo, il bosco di faggio non ha bisogno di fantasie ed immaginazioni per lasciare senza respiro.
Siamo in buon numero, i ragazzi dell’associazione Geo assieme all’associazione “Passo dopo Passo” di Morlupo, pronti ad affrontare i 1000 metri di dislivello che separano Fiumata, località a pochi chilometri da Filettino, dalla vetta del Monte Tarino, meta del nostro pellegrinaggio quotidiano. Perché, in fondo, siamo dei pellegrini alla ricerca di noi stessi che, in un viaggio simbolico fatto di corpo, anima e spirito, risalgono dalle pianure per arrivare lassù, vicini al cielo, dove risiede quella parte di luce pura ed incontaminata che potrà risplendere nei nostri cuori.
Il passo è sicuro, il sentiero è ben segnato, le ore di ascesa sono circa tre, per un totale che, alla fine, sarà di cinque ore e mezza complessive per l’andata e il ritorno, per 18 km di cammino: nulla di trascendentale, ma è necessaria comunque una base di allenamento.
Risaliamo il torrente fin dove questo scompare nella roccia: siamo nella zona delle sorgenti dell’Aniene, posto incantevole e, deduciamo, particolarmente fresco d’estate. Una prima sosta, per rifiatare: ne faremo ancora un’altra, più avanti. Procediamo regolari, senza strappi, ed anche laddove il terreno è più o meno agevole, il passo lo teniamo sempre costante, con l’unica differenza che durante le pendenze sostenute non sprechiamo il fiato.
Usciamo dal bosco in prossimità di un valloncello: siamo alla Monna della Forcina ed intorno a noi si cominciano ad aprire gli orizzonti. Ecco il Velino col suo gemello Cafornia, il cui versante verso il Fucino è inconfondibile. Più a destra la Magnola, la Serra di Celano, ed il “placido” Sirente dei piani delle Rocche, nulla a che vedere col dolomitico versante che scende verso Secinaro. Ed ancora, più vicino, il Monte Cotento coi segni di Campo Staffi e le prime forme del Viglio, quel Viglio che d’inverno diventa spesso molto severo.
Respiriamo e sorridiamo, ci sentiamo bene nel percepire la magia che solo la montagna sa dare: non è per tutti il privilegio di guardare lontano, un privilegio da conquistare con volontà e carattere, con il rispetto e l’umiltà di chi si approssima a qualcosa di più grande.
Le zavorre ce le lasciamo alle spalle, ogni passo è sempre più leggero del precedente: non c’è spazio, in questi luoghi, per i problemi, più o meno tali, che ci attanagliano nella vita di tutti i giorni, non c’è tempo, in questi momenti, per le mancanze del carattere, le cadute di stile, i pensieri che “sporcano”. La fatica del corpo, il sudore lungo la schiena e sulla fronte, le gambe sempre più sollecitate, il respiro che a tratti si affanna, esprimono l’aspetto atletico della nostra esperienza: la montagna va vissuta con preparazione, allenamento e senso di sacrificio. La volontà che sospinge, il controllo dei pensieri, la predisposizione ad entrare in armonia con questi luoghi riflettono, invece, le sollecitazioni dell’anima: senza inutili sfaldamenti ed eccessi sentimentalistici, il bello educa al bello, c’è poco da fare…. E lo spirito? Beh, per questo ci vuole ancora un po’.
Trecento metri o poco più alla croce di vetta, meno di 40 minuti di cammino ripido nel primo tratto ed aereo nella crestina che, inaspettata ed elegante, ci conduce alla sommità. Ed è in questo lasso di tempo, che il gruppo ascolta solo il proprio incedere visto che ognuno, in rigoroso silenzio, compie la finale purificazione che precede la possibilità di guardare lontano. Dicevamo della crestina, piacevole e molto panoramica, ma da lasciare senza fiato dal momento che, sopra di essa, una dozzina di grifoni volteggiano nel cielo. Giochi ed equilibri nell’aria di volatili che, dal lontano ed originario ripopolamento nella zona del Velino, si sono ormai spostati in altre zone. C’è chi giura siano dodici, pregustando l’idea di fondare chissà quale nuova urbe in vetta al Monte Tarino!
Lasciamo da parte l’arte augurale, e sostenuti dal bonum signum, raggiungiamo i 1961 metri della cima, preceduti, come sempre, dall’immancabile ed infaticabile cane Lucio. Dal Terminillo alla Maiella, dai Monti Ausoni al Circeo ed alle Isole Pontine che spuntano nelle nebbie (di Avalon), fino ai Lepini ed ai Prenestini, basta ruotare a 360 gradi su noi stessi per capire che lo spazio, quassù, non esiste.
Riscendiamo poco sotto per proteggerci dal vento che, seppur leggero, è un po’ fastidioso e, sdraiati sul prato, guardiamo lontano, verso quegli orizzonti che sono infinito per gli occhi. Lo stesso infinito che, in altre occasioni, abbiamo contemplato con chi ci è caro. In questi momenti non pensi a te stesso, ma rimani assorto in una condizione di vuoto mentale. Svolgi un’attività che, rispetto all’esperienza che stai compiendo nell’arco della giornata in montagna, raggiunge il massimo dell’introspezione: non sei annebbiato, non sei vittima delle tue impressioni e dei tuoi condizionamenti, non percepisci il mondo che hai di fronte come fosse il quadro di un pittore, ma vivi tutto con lucidità e calma, in una condizione di serenità che, di fatto, è dettata da quel sole che ti penetra nel petto.
L’unico pensiero che, ad un certo punto, ti “distoglie”, è una domanda: perché non poter vivere sempre così, in questi luoghi? Ma, sin da subito, ti rendi conto che è un pensiero stupido, poiché la sfida che conta oggigiorno è restare integri nonostante tutto intorno frani. Il tornare a valle, quindi, è una condizione necessaria per verificare se, veramente, l’esperienza odierna è servita a qualcosa per renderti migliore. Ecco allora avere un senso, reale e compiuto, l’insegnamento di Evola per imparare a diventare come quelli che non fanno mai ritorno dalla vette alla pianura.
Si mangia e si ride, anche di fronte all’immancabile maleducato della domenica, ossessionato dalla personale conquista del Monte Tarinello. Tarinello, ma cos’è? Si, il Tarinello o, meglio ancora, come qualcuno ha saggiamente suggerito tra una sana e goliardica ilarità, il Monte Tavernello. Ci scusino i puristi, ma questa è un’altra storia.
Dopo esserci appisolati, si riparte alla volta di Fiumata. Abbiamo programmato un giro ad anello, ovvero con discesa per un altro sentiero fino a ricongiungersi al punto di partenza. Tra valloncelli e doline, alcuni cavalli al pascolo ci accompagnano, mentre la luce pian piano si trasforma, ed i colori del bosco risaltano ancora più intensi. Cosi come la vetta che, alle nostre spalle, si mostra suggestiva e tendente al rossastro.
Scendiamo veloci e nella moquette di foglie che invita a sdraiarsi anche quando non lo vuoi, stante le insidie costituite dai rami e dalle pietre che si nascondono, in un paio d’ore arriviamo alle auto. Il tempo di cambiarsi, ed eccoci ai saluti ed ai ringraziamenti per la giornata vissuta insieme, in uno spirito comunitario e cameratesco, frutto della sana e positiva predisposizione di ognuno. Forse sarebbe più giusto ringraziare la montagna perché è stata lei la vera protagonista da ammirare, vivere, contemplare e senza la sua “benevolenza”, non staremmo qui a raccontare delle “nostre” ispirazioni quotidiane. Leviamo il forse, è così sicuramente.
Alla prossima esperienza, a Dio piacendo.

Gruppo Escursionistico Orientamenti