Monte Etna 2012 – recensione

Arrivati alla Galvarina alzando lo sguardo la rilassatezza che si sprigiona per la prima pausa viene subito congelata dalla maestosità del Vulcano più grande d'Europa. Il nome dato dagli antichi al Vulcano frutto di un'unione di termini latino e arabo, Mons Gibel, ovvero "Montagna Montagna", sembra rappresentare alla perfezione la nostra ascesa: arrivati al rifugio ancora un'altra montagna si presenta di fronte a noi. Da qui, 1878 m s.l.m., dopo esserci rifocillati ci incamminiamo cercando di percorrere, prima di accamparci, almeno 800-900 metri di dislivello. La salita da subito si fa sentire e, mentre il sole inizia a tramontare alle nostre spalle offrendoci uno spettacolare orizzonte siciliano, le gambe iniziano ad appesantirsi. Questo il momento più duro: il corpo stanco intacca la lucidità mentale, il caldo di Caronte è scomparso e un vento freddo ci costringe a coprirci. Finalmente intorno alle 11 e 30 raggiungiamo una quota soddisfacente per evitare di percorrere troppe centinaia di metri di dislivello la mattina, quando la stanchezza fisica si sarebbe fatta sentire in maniera esponenziale, dopo il sonno notturno. Giusto il tempo di mangiare qualcosa, un bicchiere di vino e, coperti fino alla fronte, ci addormentiamo nei sacchi a pelo su un sabbione, dove, per evitare di scivolare durante la notte, abbiamo scavato dei terrazzamenti. Dopo sette ore di cammino, la quota raggiunta di circa 2800 metri offre tutto il suo spettacolo ai nostri occhi stanchi: un cielo luminosissimo rende inutili le torce e piccole e innocue le luci dei paesi a valle. In lontananza sembra come se, laggiù, le loro luci artificiali avessero fatto dimenticare agli uomini la potenza delle stelle tanto da far smarrire loro la via, mentre qui in alto, sull'Etna, la luce c'è anche di notte e il tuo cammino, che riesci a vedere e a non perdere, è illuminato dalle stelle. La sveglia alle 4 e 30 è come una doccia fredda che ti rimette in piedi, pieno di tensione per la vetta che stai per raggiungere. Dopo un paio d'ore di cammino eccoci in vetta: il cratere centrale si presenta a noi maestoso con la sua corona di fumi e il trono di zolfo. In lontananza nelle profondità interne del Vulcano vediamo il rosso della lava che ribolle, riscaldando il ventre della montagna. Uno spettacolo irripetibile che, per prudenza, ci porta a riscendere il più in fretta possibile: giusto il tempo di immortalare con una foto l'arrivo in cima al cratere del gruppo ed ecco ripartire subito verso valle. Carichi, forgiati e temprati pronti per un nuovo anno di vette da raggiungere.