«Restava la sola rupe che Arimaze Sogdiano occupava con trentamila armati, dopo avervi ammassato provviste sufficienti per due anni. Questa montagna saliva a 30 stadi d'altezza. Il re Alessandro inviò a quei barbari Coffe, per convincerli ad arrendersi. Arimaze, confidando nella sua situazione, rispose con molte parole orgogliose e concluse domandando se Alessandro avesse le ali. Annunciato ciò ad Alessandro, questi ne fu fortemente irritato e, chiamati i suoi consiglieri, riferì loro l'insolenza del barbaro: egli, la notte successiva, avrebbe fatto in modo che il barbaro si convincesse che i macedoni sapevano anche volare. "Conducetemi – disse – scegliendoli dalle loro schiere, trecento dei più svelti giovani, avvezzi nei loro paesi a condurre il bestiame per luoghi e rupi male accessibili". Il re, guardandoli, disse loro: "Con voi ho scorse le cime dei monti coperte di ghiaccio perenne. Questa montagna che vedete ha un solo ingresso guardato dai barbari: il resto non è sorvegliato. Se cercherete attentamente, troverete una via". Quelli prepararono cunei di ferro da piantare tra i massi e solide funi. Preso cibo per due giorni, i soldati si accinsero a salire, armati solo di spada e di lancia. All'inizio salirono coi piedi e poi, giunti ai dirupi, alcuni salirono afferrandosi alla roccia e altri, allacciate le funi, si arrampicarono introducendo i cunei nelle fessure e su questi, di tanto in tanto, appoggiavano il piede (dunque: scalata libera e artificiale, in barba ai sostenitori dell'una e dell'altra, sono gemelle, ndr). Impiegarono un giorno intero, con terrore e fatica. A coloro che avevano vinti i tratti più pericolosi se ne presentavano altri ancora più ardui e pareva che l'altezza della rupe crescesse. Era spettacolo penoso vedere precipitare quelli che erano rimasti ingannati dalla sfaldabilità dei sassi sui quali poggiavano: le loro cadute facevano temere agli altri di finire allo stesso modo. Tuttavia, nonostante tante difficoltà, i soldati si sforzarono fino a giungere sulla cima del monte. Vi arrivarono, però, stremati dalla lunga, continua fatica, ed alcuni mutilati di qualche arto. Nella salita ne erano morti trentadue». LA NUMERO DUE…
Della prima arrampicata della storia abbiamo già parlato. Anzi: abbiamo lasciato che fosse Quinto Curzio Rufo a raccontarcela, facendo intendere che vi avremmo proposto anche la seconda e la terza impresa del genere e che, infine, vi avremmo rivelato la fonte delle nostre informazioni. Eccoci allora a mantenere parte della la promessa, presentando la "numero due" (a cura di Tito Livio) e la "numero tre" (a cura di Sallustio). "Parte della promessa": perché? Semplice: il nostro informatore lo conoscerete un'altra volta, assieme ad un altro paio di "perle" arrampicatorie decisamente impolverate dal tempo. Ma andiamo avanti. La descrizione di quella che risulta essere la seconda scalata della storia compare nel XXVIII libro della fondamentale storia di Roma (Ab urbe condita libri) del già citato Tito Livio (Padova, 59 a.C. – 17 d.C., nell'immagine sotto), che cominciò il suo lavoro tra il 27 e il 25 a.C., lo continuò fino alla morte e lo lasciò incompiuto (al libro 142 dei 150 previsti). Il breve brano che proponiamo ci riporta al 215 a.C. – quando i Romani erano impegnati nella Seconda Guerra Punica – e fotografa un momento della battaglia presso la fortezza di Illiturgi (Spagna).
«Gli Africani videro difesa la parte più alta della città da un'altissima rupe e, da quel lato, nessuna opera di fortificazione né difensori. Gli uomini, molto snelli e rapidi nei movimenti per molto esercizio, portando con sé chiodi di ferro si inerpicarono per quelle parti della rupe che presentavano scabrosità e, se la rupe in qualche tratto era troppo sporgente o liscia, vi ficcavano i chiodi a brevi intervalli a guisa di gradini: i primi aiutando con le mani quelli che seguivano e questi sospingendo quelli che precedevano, e giunsero infine in cima».
…E LA NUMERO TRE
Il gioco continua: dopo le poche righe di Tito Livio ecco un più corposo brano di Sallustio (Amiterno, 86 a.C. – 35 o 34 a.C., nell'immagine sotto) che fu fautore di Cesare, venne espulso dal Senato nel 50 a.C. per scostumatezza, divenne governatore nel 46 a.C. ed è ricordato per due monografie: La congiura di Catilina (del 43-42 a.C.) e La guerra di Giugurta o giugurtina (42-40 a.C.). Ed è proprio da quest'ultima opera, che narra il dispendioso conflitto del 111-106 a.C., che è tratta la nostra "numero tre": il racconto della terza arrampicata della storia in cui, udite udite, compare la prima guida di tutti i tempi. L'episodio risale all'ultimo anno della guerra ed è intitolato, sulla scia di quelli che già conosciamo, "Assalto ad una fortezza numidica". E detto questo ci domandiamo: viste le premesse dobbiamo proprio stupirci, oggi, quando leggiamo i classici dell'alpinismo e ci imbattiamo in "attacchi", "conquiste" e, naturalmente, "sconfitte"? Forse, una volta tanto, potremmo starcene anche zitti…
«Un Ligure, semplice soldato delle coorti ausiliarie, era uscito fuori dal campo a prender acqua, non molto lontano dal lato del castello che era di fronte ai combattenti; egli vide tra i sassi delle chiocciole e così, raccogliendone ora una ora l'altra, a poco a poco si trovò quasi in cima al monte. Quando s'accorse che lì non c'era nessuno, allora si sentì assalito nell'animo dalla bramosia di superare le difficoltà, il che è proprio dell'indole umana. Era cresciuto in quel luogo, in mezzo ai sassi, un gigantesco leccio: appoggiandosi ai suoi rami ed alle rocce sporgenti, il Ligure pervenne sul pianoro del castello. Esplorato per bene tutto quel che pensava che gli sarebbe stato utile vedere, egli ritornò per la medesima via, non però temerariamente come nella salita, ma tastando ben bene tutti gli appigli e guardando intorno. E subito andò da Mario e gli raccontò quel che aveva fatto. Mario allora scelse i cinque più svelti trombettieri e suonatori di corno e, insieme ad essi, quattro centurioni: a tutti comandò di obbedire al Ligure. Si fissò per l'impresa il giorno seguente. Quando, secondo l'ordine ricevuto, giunse il momento opportuno e fu preparata ogni cosa, il Ligure si avviò al luogo. Quelli che dovevano salire attesero la guida e cambiarono le armi e il vestito: si scoprirono la testa per poter veder meglio e si denudarono i piedi per arrampicare più facilmente su per quei dirupi; si misero sulla schiena le spade e gli scudi, che veramente erano di cuoio (secondo l'usanza numidica), e ciò perché pesassero meno e perché facessero meno rumore qualora urtassero in qualche cosa. Il Ligure, che era in testa, legò le corde ai sassi e alle radici più robuste che sorgevano all'intorno, in modo che, aiutandosi con quelle, i soldati fossero agevolati nella salita. Egli talvolta sollevava con una mano quelli che erano paurosi per non essere avvezzi a tal genere di strada e là, dove la salita si faceva un po' più aspra, egli li mandava innanzi disarmati e poi seguiva colle loro armi. Dove invece la roccia appariva di dubbio appoggio, egli la tastava per primo e spesso ascendeva e discendeva più volte lo stesso tratto, tirandosi poi da un lato: così infondeva coraggio agli altri. Spossati per la lunga e dura fatica, finalmente essi raggiunsero il castello, che era deserto da quella parte perché tutti i difensori erano stati messi di fronte al nemico».
Fonte: www.intotherocks.splinder.com
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