Corti ci guarda, come per vedere se gli crediamo. "Quindi", diciamo, "lei non ha visto la possibilità per il Longhi di risalire quei famosi due metri, e poi quei quindici o venti di rocce relativamente facili?". "Io, dall'alto, ho visto solo uno strapiombo liscio, e la cengia sotto".
"Dicono che il morale di Longhi", domandiamo, "vacillasse facilmente alle prime insidie in montagna. Secondo lei è vero?". "Longhi non era il mio compagno di cordata abituale, io non ho mai avuto compagni fissi. Dico però che sull'Eiger si è sempre comportato benissimo anche col morale". "Un'altra domanda: lei ha provato a tirare su Longhi?". "Ho provato sì, e il tedesco che stava bene tirava anche lui, ma col solo risultato di schiacciarmi contro il ghiaccio la mano con cui tenevo la stessa corda. Sono passate tre ore, in questi tentativi e manovre".
La tragedia, da quel momento, precipitò. Corti, avanzando come sempre da capocordata, poco prima delle quindici venne colpito da una pietra alla testa e volò
per una trentina di metri, tenuto da Franz, il tedesco valido. Sommariamente medicato, Corti rimase sul posto anche per suggerimento di Franz, che fece il medesimo ragionamento di prima: corriamo in vetta e diamo l'allarme. La cima distava duecento metri. Il maltempo, che già incombeva dalla sera del 4, peggiorò. Si mise a nevicare. "Lei non sa nulla, non udì nulla dei tedeschi scomparsi?" chiediamo al Corti. "Nulla", risponde. "io mi ero ficcato nella tenda da bivacco che mi avevano lasciato tedeschi. Credo che siano alla base della parete, in qualche crepaccio, come tanti altri".
Quando accade una sciagura, in montagna, la gente si emoziona per il fatto umano nella sua semplicità: un uomo appeso a una parete fa orrore. Fra gli alpinisti invece nascono le polemiche: era in grado quell'uomo di andare su quella parete? C'è in questo, forse, un inconscio desiderio di giustificare la sconfitta, di far tornare i conti. L'alpinista ha bisogno di credere nella lealtà della partita fra sé e la montagna, rifiuta l'ineluttabile quando le carte siano in regola. O quando crede che lo siano. Così a Lecco, patria di rocciatori famosi, e di Corti e Longhi, è scoppiata la polemica. Ci sono state dimissioni dal CAI, vecchi amici non si salutano più. Ci sono le fazioni pro e contro: Corti, dicono alcuni, è un bravo sestogradista ma sul ghiaccio non ha esperienza, e soprattutto "l'è un matt", cioè uno spericolato. Longhi, poi, era forte, ma per nulla all'altezza di un Eiger. Invidia, dicono gli altri: perché questi due hanno osato là dove nessun altro lecchese. Qui va di mezzo anche Riccardo Cassin, presidente ora dimissionario della sezione del CAI. Cassin è stato, è noto, il, maggior alpinista del suo tempo, l'epoca d'oro del sesto grado. Però non ha mai fatto la nord dell'Eiger. "Ci sono andato ai piedi quattro volte", ha risposto, "ma il tempo era proibitivo. Io avrò fatto pazzie, ma sempre ragionate. E sono ancora vivo". Non sono beghe di paese: sulla nord dell'Eiger sono morti alpinisti di mezza Europa, e quando la parete fu vinta, il 25 luglio 1938, fu un fatto politico: vi erano riuscite due cordate unitesi insieme lungo la via, una di tedeschi, l'altra di austriaci. Fu l'Anschluss codificato in montagna (i quattro alpinisti lo dichiararono per iscritto).
"Ma che cos'è", chiediamo a Corti," la storia della gamba rotta del Longhi?". "Qui a Lecco", dice subito,"quando la salma è arrivata, s'è visto che aveva una gamba rotta in due punti. L'ha vista anche un medico. Dunque se l'è rotta cadendo, ecco perché non è riuscito a tirarsi su" ."Ma no", diciamo, "è impossibile" . "Perché è impossibile? La gamba l'abbiamo guardata tutti, anche i suoi familiari: è gonfia così, e una gamba non si gonfia dopo la morte se non è spezzata prima". Spieghiamo a Conti che non ci sembra credibile che Longhi si sia rotto una gamba nella caduta. Primo: lo stesso Corti ha visto Longhi in piedi sulla cengia, lo ha visto togliersi il sacco e sistemarsi: queste cose non si fanno con una gamba spezzata sotto e sopra il ginocchio. Secondo: numerose fotografie prese dall'aereo mostrano Longhi in piedi che agita le mani; da queste si vede che l'alpinista si è mosso di alcuni metri verso sinistra, fino a raggiungere uno sperone in alto della cengia: i suoi piedi sono visibilmente puntati contro degli appigli, in forza. Terzo: quando Cassin e Mauri scorsero Longhi la prima volta, Longhi stava in piedi; la seconda era seduto; una gamba rotta in due punti al ginocchio esclude la posizione a sedere. Quarto: quando Corti ha chiesto al compagno se si fosse fatto male, Longhi rispose che era scivolato per via delle mani quasi scusandosi per l'infortunio. Quinto: le guide svizzere non hanno trovato sul Longhi alcuna ferita. Però, una spiegazione può esserci: quando il corpo fu recuperato, aveva una gamba tesa, l'altra ripiegata; così lo si vede nelle fotografie scattate durante il trasporto a valle. Al cimitero di Lauterunnen abbiamo visto noi stessi, insieme alla sorella di Longhi, la salma composta: le gambe erano distese, parallele. La gamba ripiegata era stata dunque forzata per essere distesa, ed era gelata, fragile. Potrebbe essersi facilmente rotta nell'operazione.
Corti non ribatte e ci guarda con diffidenza. La cosa che gli brucia, comunque, forse più ancora dell'accusa di avere abbandonato il compagno ("In montagna si abbandonano solo i morti!" aveva detto Cassin), è quella dell'impreparazione, del suo non essere all'altezza dell'impresa. "Perché", domandiamo, "avete fatto due grossi sbagli nel seguire la via sull'Eiger?" "Abbiamo sbagliato l'attacco", risponde, "perché ingannati da un rampone, un pezzo di piccozza e chiodi che abbiamo trovato via via, roba di altri che avevano sbagliato prima di noi. La seconda volta non è stato un errore: abbiamo fatto una variante dell'itinerario, passando a sinistra del Ragno, per evitare le continue scariche di slavine che ne discendevano. Avevamo con noi la descrizione tecnica della via appositamente tradotta in italiano". "Per dimostrare la vostra inesperienza", continuiamo, "si è detto che, nella migliore delle ipotesi, avreste compiuto l'ascensione in sei giorni, mentre ne occorrono solitamente due o tre". "Il primo giorno l'abbiamo perso seguendo una via sbagliata. Poi è venuto il maltempo, e la parete si è coperta di ghiaccio. Abbiamo dovuto superare persino una cascata di acqua alta trentacinque metri. Infine era il tedesco che stava male. A proposito: a quel francese dal nome famoso, sì, Lionel Terray, che ha detto che eravamo carne da corvi, ditegli che se Buhl non veniva a tirarlo fuori dall'Eiger, lui faceva la stessa fine del Longhi. E a quelli che hanno detto che non è la prima volta che un mio compagno di cordata ci lascia la pelle, ripondetegli che il signor Corti non può farci niente se arriva un fulmine e gli passa il compagno dallo stomaco alla schiena". Questo è successo sul Badile al secondo di cordata Felice Battaglia. Corti rimase indenne.
Ci guardiamo. Più niente da dire? Corti si passa una mano sulla faccia.
"Dite che non sono un criminale.Quando io e 'Zucchi siamo venuti giù per cinquecento metri dal Petit Dru, il mio compagno, ch'era svenuto, me lo sono messo in spalla, nonostante fossi conciato come San Bartolomeo, e l'ho portato giù: due ore di ghiacciaio".
La storia dell'Eiger è finita, Corti continua ad arrampicarsi sui sesti gradi, Longhi riposa al cimitero, i due tedeschi sono spariti, a Lecco non si sono spenti i rancori, il pubblico ha avuto la sua parte di emozione. Undici anni fa, uno dei conquistatori della nord dell'Eiger, il bavarese Anderl Hecknair, iniziò cosi la sua relazione: "È accaduto raramente che una montagna, o meglio una parete, si trovasse come la nord dell'Eiger al centro dell'interesse generale e non soltanto di quello del mondo alpinistico. Bisogna pensare che si trattava dell'ultimo grande problema delle Alpi. Inoltre era possibile ad ognuno osservare comodamente dalla valle la rupe giganesca. Mentre nella conquista di altre vette non era stato del tutto e nemmeno in parte possibile osservare l'azione degli scalatori, come vuole il giusto sentimento di ogni vero alpinista, sull'Eiger la lotta, la morte e la vittoria dovevano orribilmente e inesorabilmente svolgersi sotto gli occhi del pubblico".