CARATTERISTICHE DELLE NEVE
Abbiamo visto che i vari tipi di metamorfismo modificano le caratteristiche di forma e coesione dei cristalli. Nel manto nevoso, in cui si possono riconoscere strati diversi in relazione alle nevicate od agli apporti da vento successivi, si possono rilevare cristalli caratterizzati da diverso tipo e diverso grado di avanzamento dei metamorfismi, che danno, a ciascuno strato, caratteristiche meccaniche diverse.. Queste, per quanto concerne la stabilità della neve, si traducono in valori diversi di coesione, di plasticità, di densità, di angoli di attrito, nonché di resistenza alle forze di compressione e di taglio.
Come vedremo più avanti, la resistenza alla forza di taglio non ha nulla a che vedere con la traccia (spesso denominata impropriamente "taglio") lasciata dagli sci su un pendio che, con la stabilità del manto nevoso non ha nulla a che vedere. Tale traccia non è, come i luoghi comuni lasciano intendere, una causa del distacco delle valanghe che uccidono lo sciatore. Ripeto: normalmente le valanghe che uccidono gli sciatori sono valanghe di lastroni che vengono staccate dallo sciatore stesso che turba, con il proprio peso o con le sollecitazioni dinamiche derivanti dall’effettuazione delle curve, l’equilibrio precario della neve.
L’attraversamento di un pendio da parte dello sciatore può spostare della neve a valle degli sci quando questa è a debolissima coesione, specie se molto bagnata; in questo caso può staccare valanghe di neve a debole coesione che partono a valle degli sci e, in genere, non coinvolgono lo sciatore che le ha provocate. Possono essere pericolose per chi si trovasse a valle dello sciatore che le ha innescate.
La densità
È il rapporto tra la massa della neve ed il volume che occupa e si misura in Kg/mc. Essa è tanto maggiore quanto più limitata è la quantità d’aria inclusa tra i cristalli, per cui è minima nella neve fresca e massima nella neve di nevato. In un manto nevoso a densità limitata, è, quindi, limitata anche la coesione in quanto i cristalli di neve sono piuttosto distanziati tra loro; non sempre, invece, è vero il contrario e cioè che una neve ad elevata densità abbia anche una elevata coesione: basti pensare alla neve a temperatura di fusione, in cui l’acqua che avvolge i cristalli va ad occupare il posto dell’aria, tuttavia la coesione diminuisce per effetto della disaggregazione dei cristalli e della loro lubrificazione da parte dell’acqua percolante nel manto nevoso.
La viscosità e la plasticità
• La viscosità (attrito interno) è la proprietà per cui i grani di neve incontrano difficoltà a scorrere gli uni sugli altri. Il manto nevoso compatto tende a rimanere rigido Essa aumenta con il diminuire della temperatura.
• La plasticità è la proprietà per cui i grani di neve, o il manto nevoso, possono subire deformazioni permanenti anche rilevanti. Aumenta con l’aumentare della temperatura, ovviamente sempre al di sotto della temperatura di fusione.
Il neviflusso
Poichè la neve è soggetta alla forza di gravità, quando si trova su un pendio non è più soltanto caratterizzata dall’assestamento (moto verticale dei cristalli che si comprimono uno sull’altro) ma da diversi tipi di moto lento verso valle che, combinati fra loro, vengono detti “neviflusso”.
In particolare, nel manto nevoso su un pendio, si possono distinguere due tipi di moto combinati:
• moto dei cristalli gli uni sugli altri verso il suolo e verso valle, con conseguente diminuzione dello spessore del manto nevoso nel suo insieme, (assestamento) e spostamento più accentuato verso valle dei cristalli in superficie rispetto a quelli verso il suolo (scorrimento).
• moto verso valle dei cristalli al suolo lungo il piano d’appoggio, con trasporto di tutto il manto nevoso soprastante (slittamento).
Questo moto complesso, spiega, a titolo di esempio, il maggior spessore della neve sulla gronda di un tetto rispetto al colmo. Quanto più il manto è viscoso (temperature basse) tanto più il neviflusso è lento e le deformazioni sono piccole (ad esempio, la neve sul tetto esce dalla falda e mantiene un moto rettilineo fino a che il peso della neve aggettante non è tale da rompere lo strato nel punto più debole, cioè in corrispondenza della grondaia).
Quanto più la neve è plastica (temperature elevate), tanto più il suo movimento è veloce e la possibilità di deformarsi aumenta (nell’esempio del tetto la parte aggettante oltre la grondaia, venendo a mancare l’appoggio, per effetto del peso si incurva a ricciolo anziché rompersi). Su un pendio, quindi, per effetto del neviflusso, il manto nevoso tende a muoversi scendendo verso valle con un moto lento e continuo, la cui velocità è legata alla pendenza, agli attriti sul piano d’appoggio ed alla temperatura. Il manto nevoso sarà quindi soggetto a trazione nelle zone convesse ed a compressione nelle zone concave. Inoltre, se lo strato è plastico si adatterà alle irregolarità del piano d’appoggio (terreno) su cui appoggerà e le eventuali sollecitazioni di carico potranno essere assorbite, almeno in parte, dalla deformazione del manto. Se, invece, le temperature sono basse ed il manto nevoso sarà rigido, esso tenderà ad un moto rettilineo, lasciando dei vuoti nelle concavità e autosostenendosi su punti di appoggio periferici. Va da sè che venendo a mancare l’appoggio sottostante, una diminuzione di resistenza o una sollecitazione di carico che, data la rigidità del sistema, va a ripercuotersi sui punti di appoggio, può dar luogo al distacco di un lastrone in quel punto molto più facilmente che se la neve fosse plastica.
La velocità del neviflusso varia da qualche millimetro ad anche un cm in 24 ore ed è, ad esempio, molto elevata dove i pascoli abbandonati presentano al suolo erbe lunghe coricate. Queste, spesso, vengono imprigionate dalla neve che le estirpa durante il neviflusso, scoprendo il terreno che, con le piogge primaverili, potrà essere facilmente eroso e creare le premesse per smottamenti e frane.