GEO sull’Himalaya. Oltre i confini dell’umano troppo umano

 Tra lingue di neve e cumuli di nubi squarciate sulla cresta del passo, raggiungiamo finalmente la vetta. Il sole è ormai alto nel cielo e illumina tutt'intorno: la sconfinata distesa evanescente tanto al di sotto di noi, le montagne dalle cime bianche e aguzze alle nostre spalle, il valico sassoso attraversato a fatica. Tutto da la sopra sembra in bilico nel tempo e nello spazio, dove neanche il verso degli uccelli arriva. Un grosso rapace ci vola proprio a fianco per poi volgere verso la sua dimora nel cielo, mentre la guida rende omaggio alla divinità presso il tempietto hindu collocato come segno della vetta. Cominciamo a ridiscendere verso mezzodì e subito la discesa si dimostra incredibilmente ardua: quegli stessi sassi scavalcati con relativa facilità salendo, si dimostrano ben più difficoltosi da superare in discesa.  Sebbene la discesa sia sempre più facile della salita spesso si dimostra più pericolosa: non c'è più la tensione della salita, la concentrazione e la voglia viene meno, così come l'attenzione, e questi fattori sommati possono rivelare un insidiosa prova per chi vuole tendere ad una presenza a se stesso costante. Ci mettiamo quasi più tempo a scendere, a causa del terreno sassoso che in discesa provoca non pochi problemi. Gambe e ginocchia doloranti raggiungiamo il campo, che è come un sollievo insperato, un primo traguardo che dissipa in un attimo tutte le fatiche trascorse. Il resto del percorso, superata la sassaia, si fa decisamente più rapido e verso le 17 siamo di nuovo a McLeod. Nel complesso sono stati due giorni di fatica, sofferenza, malattia, insonnia, ma niente di tutto questo potrà mai inficiare le sensazioni provate nel poter vedere con occhi nuovi il mondo da uno spalto privilegiato e sacro come quello dell'Himalaya, giungere umilmente alle sue porte e rendere omaggio alla catena di vette sovrane che ha affascinato e sempre affascinerà gli uomini di ogni tempo.