Mera corre per i prati ricoperti da un soffice strato di neve. L’altipiano, che conduce fino a Barete, è semideserto. C’è qualche casolare, e una mandria di cavalli protetti da un arcigno cane pastore. Il suo abbaiare minaccioso è l’unico suono che si estende da parte a parte del pianoro circondato da querce. Si tratta di uno dei tanti sconosciuti angoli dello Stivale che mantengono qualcosa di incontaminato, anche, invero, a causa dell’incapacità dei locali di attrarre il turismo che meriterebbe.
Sulla via del ritorno, incrociamo un pastore. Il volto è caratteristico della valle amiternina: tondo, labbra e naso pronunciati, occhi leggermente allungati. Nel saluto che mi porge scorgo tanta dignità. La vita non è più dura, qui, come era una volta, ma lui è, consapevolmente o meno, custode di un tesoro antico quanto il mondo. Chissà se lui invidia la nostra vita urbana. Di sicuro io invidio la possibilità che ha lui di confrontarsi ogni giorno con ciò con cui i nostri Avi avevano la più intima confidenza: il freddo, il vento, la neve, il lavoro della terra, al passo con le stagioni, in lunghe giornate scandite dall’alba e dal tramonto.
Ma, in fondo, il sorriso sicuro di questo pastore abruzzese non mi trasmette romanticismo o nostalgia, bensì un proposito guerriero. Se, ritornato nella vita soffocante ed artificiale della metropoli, saprò condurre la mia battaglia personale con la sua stessa semplicità ed impersonalità, anch’io avrò un posto nel solco di quell’Ordine cosmico seguito dai nostri antenati.