Il percorso è lungo ma non troppo impegnativo; la strada si inerpica in salite dolci, seguite da tratti lunghi e pianeggianti ma esposti al gelo. Lastre di ghiaccio e la neve a terra sempre più alta ci indicano che oltre i 1500metri l’autunno ha lasciato precocemente il suo posto all’inverno, con la sua bellezza cristallizzata e non manifesta.
Superiamo una serie di tratti più ripidi tra i boschi per poi raggiungere la lunghissima cresta che ci separa dalla cima; un chilometro e mezzo più avanti e venti metri più in alto. Il ghiaccio a terra rende pericoloso procedere sotto cresta, quindi siamo costretti a procedere lungo la lingua di terra e neve esposta ai venti. L’ultimo tratto sembra non finire mai, ma infine una piccola croce di legno coperta di ghiaccio ci indica la fine del nostro cammino.
Foto di rito e siamo di nuovo in partenza. Il clima non ci permette pause, e il cielo che annunciava neve ci tiene a non smentirsi: una nevicata scagliata orizzontalmente dal vento ci accompagna per tutto il ritorno fino a trasformarsi in una fiabesca nevicata dai fiocchi giganti quando finalmente raggiungiamo i pressi del convento, strappandoci un sorriso.
Torniamo bagnati, infreddoliti, affamati; eppure nessuno sembra preoccuparsene. Negli occhi di tutti balena un lampo di gioia; quella gioia che pochi altri posti al mondo al di fuori della montagna sanno ancora dare. Una gioia difficile da rendere a parole e probabilmente inspiegabile agli occhi di chi ha fatto dell’utilitarismo moderno il proprio dio. Eppure tanto semplice e comprensibile per chi ancora crede alle cose belle e ‘in-utili’ della vita.