Muniti dell'occorrente per una notte all'aperto, procediamo di buon passo in salita, attraverso la spoglia vegetazione e il candido panorama. La neve è tanta e si fatica persino con le ciaspole e le racchette; tuttavia il tempo è favorevole e, nonostante il vento che a tratti si rileva un po’ fastidioso, la giornata si presenta splendida. Ognuno è assorto nei suoi pensieri, concentrato nello sforzo fisico ma allo stesso tempo motivato dalla possibilità di vivere un’avventura a contatto con la natura, ritrovando quell’armonia un tempo normale e quotidiana e che oggi invece rappresenta la straordinarietà. Durante le pause c’è il tempo di “rifiatare”, di ammirare il contesto immacolato, ma anche di sorridere della propria fatica in uno spirito comunitario che ben si concilia con l’esperienza che stiamo vivendo. La Valforana era un tempo territorio per la produzione del carbone ed alcuni segni delle opere di disboscamento sono ancora abbastanza evidenti. La salita in alcuni punti è ripida ed arrivati a quota 1520 metri ci fermiamo per allestire il campo, poco sotto la “pettata” finale che porta sulla sella a quota 1557 slm. I faggi spogli ci offrono il giusto riparo dal vento ed un po’ di legna secca è quello che serve per accendere un fuoco: il sole sta calando ma non è ancora tramontato, tuttavia siamo in una valle aperta a nord e d’inverno, già dalle 16, va completamente in ombra.
La gioia nello stare insieme non si manifesta nel chiasso da comitiva, ma in un clima cameratesco che alterna ad una risata una conversazione più seria, mentre il fuoco ci scalda sotto un cielo stellato e particolarmente terso, che offre la visione della congiunzione tra la Luna e Venere, evento astronomico molto raro. L’esperienza in montagna è unica e viverla insieme rafforza il gruppo poiché il contesto in cui siamo, reso il meno inospitale possibile, stimola al sostegno reciproco. Anche per i meno appassionati di escursionismo o alpinismo, è palpabile l’atmosfera “magica” che si crea in certi momenti: la comodità, lo sappiamo bene, non è necessaria.
Ci svegliamo alle cinque, quando fuori è ancora buio: ben pochi sono riusciti a dormire ed assonnati ci armiamo nuovamente di ciaspole per ripercorrere la traccia della sera prima, diretti stavolta sulla vetta del monte La Piaggia. La neve è ghiacciata ed il percorso più insidioso, ma in maniera costante e graduale, dopo circa mezz’ora, raggiungiamo la cima. Davanti a noi l’infinito, lo spettacolo di un’alba imminente tra le più belle montagne dell’Appennino centrale: dai Sibillini alla Laga, dal Gran Sasso al gruppo del Velino, mentre alle nostre spalle il Terminillo e i monti Reatini. Ci schieriamo in fila ordinata e per oltre quaranta minuti ammiriamo in silenzio l’arrivo del nuovo giorno. Il vento accarezza il viso coperto dai cappelli e dai passamontagna, mentre lo sguardo di ognuno è immerso nella vastità delle altezze, nell’immensità degli spazi che si aprono dinnanzi; è come se in questo momento ognuno fosse da solo, in una solitudine interiore che viene spontanea, nella volontà di non parlare perché ogni parola sarebbe superflua. Siamo concentrati in attesa del sole nuovo che di lì a poco sorgerà, siamo uniti nel pensiero di un amico che nel pomeriggio di sabato ci ha lasciati per proseguire il suo cammino al di là della vita terrena. Una notizia arrivata in serata come un pugno sullo stomaco, è la notizia che inevitabilmente ha condizionato lo svolgimento del campo oltre che a lasciarci praticamente insonni per tutta la notte. Una guida ed un riferimento per noi, un uomo che lascia un esempio di stile e rettitudine come nessuno mai: quassù, dove tutto è altezza non c’è luogo migliore per ricordarlo, quassù dove a breve sorgerà il sole non v’è momento migliore per onorarlo.
Sono le sette di domenica 26 febbraio ed il sole infuocato colora di rosso le poche nuvole presenti, mentre il profilo del monte Ocre, dinnanzi a noi, si illumina di una luce meravigliosa. Il primo raggio arriva dritto al cuore di ognuno, poi un secondo, un terzo, finché il prodigio nuovamente si compie: la notte, lunga, buia e fredda, lascia il posto al sole, caldo e luminoso. Lo salutiamo il sole, con doverosa compostezza, lo salutiamo il nostro amico, con doverosa sobrietà: in cuor nostro conserviamo il dolore, ma cerchiamo anche la forza che fa andare avanti, sempre e comunque, la volontà che spinge verso quella libertà che tante volte abbiamo ascoltato dalle sue parole. Un ultimo sguardo per conservare un’immagine che, insieme ad altre, resterà tra i ricordi della vita, quando gli affanni o i problemi di quest’ultima sembreranno prevalere e la luce, l’incredibile luce di stamattina, darà la forza di non mollare e continuare. Torniamo al campo e facciamo colazione prima di smontare tutto e dirigerci nuovamente al punto di partenza, in località Castiglione: il giro ad anello previsto, infatti, l’abbiamo rimandato.
In discesa siamo rapidi ed in circa un’ora e mezza siamo alle auto. Mentre scendiamo, la luce conquista la valle, conferendo una bella sensazione di serenità e leggerezza al gruppo. Il tempo di un’ultima riflessione condivisa e di osservare il sole ormai alto nel cielo che stamattina, giovane e fiero, abbiamo visto nascere su in vetta ed ora, forte e virtuoso, è quasi allo zenit. Un po’ stanchi ed un po’ pensierosi ripartiamo alla volta di Roma, consapevoli che dopo questa esperienza in montagna, intensa ed imprevedibile, anche noi dovremo essere più forti e virtuosi. D’altronde è così che ha insegnato Gaetano, in fondo è così che l’ha ricordato stamattina.