Ascesa al Monte Cervia, 12 gennaio 2020

La salita, seppur breve (circa due ore, un po' meno dei tempi segnalati nelle guide), è ripagata dalla vista sul Gran Sasso ed il Velino, anche se osservare le nostre montagne così “brulle” a metà gennaio fa un po' tristezza. In effetti, se l’inverno fosse stato più normale oggi avremmo scelto altre mete dove poter ciaspolare o, per i più esperti, fare scialpinismo o qualche ascesa alpinistica e, di conseguenza, non avremmo avuto la fortuna di salire su questa bellissima montagna del nostro Appennino. Sicuramente meno blasonata di più famose cime appenniniche, ma non per questo da rispettare e da apprezzare.
Decidiamo di fermarci per un pranzo veloce, momento che sfruttiamo per scambiare impressioni, raccontare aneddoti, fare foto e, soprattutto, condividere le varie “prelibatezze” gentilmente offerte da una generosa compagna di ascesa.
Raggiunti in vetta da un gruppo numeroso partito da Collegiove, iniziamo la discesa che, in termini di km, sarà più lunga della salita. Per tornare a Paganico Sabino, infatti, abbiamo previsto di fare l’anello che passa per le Gole dell’Obito. Percorriamo la cresta che perpendicolarmente punta al Monte Navegna e, complice la meravigliosa giornata di sole, la vista si apre a 360°, spaziando dal lago del Turano ai monti Lucretili, dai monti Sabini al Terminillo, dal Velino ai monti del Parco Nazionale, fino alla catena del Gran Sasso, con Il Corno Grande che sbuca da qualche nuvola.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo, anche quando siamo su montagne meno appariscenti: la sensazione di “infinito negli occhi” esprime perfettamente l’effetto che provoca l’immensità di panorami che solo chi ama la montagna e tutto quello che essa rappresenta ha il privilegio di vivere…
Al termine della larga cresta, abbandoniamo il versante dal quale siamo saliti e svoltiamo verso destra aggirando il costone ed iniziando un lungo traverso nel bosco di faggi. Ad un primo tratto poco pendente e romanticamente addolcito da un letto di foglie tipicamente autunnale, ne seguono altri più ripidi che affiancano i veri guardiani della foresta, i maestosi castagni che vigilano sul nostro cammino.
Superata un’area picnic, nella quale confluiscono anche altri sentieri, prendiamo la sterrata che ci riporta in direzione del paese, seguendo un piccolo ma tenace torrente. In alcuni tratti, a causa dalla caduta di alberi, presumibilmente colpiti da fulmini, facciamo delle piccole varianti, senza mai perdere la traccia che anche qui è ben segnata.
Alla nostra destra vediamo il profilo delle gole dell’Obito, questo piccolo canyon appenninico dalle pareti strapiombanti, solcate da un impetuoso torrente che, se fosse estate, avremmo sfruttato per rigenerarci e rinfrescarci. Il sentiero prosegue perdendo sempre di più quota fino a raggiungere il torrente, al punto che l’ultimo tratto è una risalita che, oltrepassando un ponte di pietra, offre prima uno splendido colpo d’occhio su Ascrea e poi ci riconduce al paese.
Il tempo di cambiarci alle auto, ed eccoci all’immancabile bar del paese a prendere una birra ed un caffè ed a scambiare due simpatiche chiacchiere con gli anziani del posto incuriositi da noi “stranieri”. Come i castagni del bosco, anche loro sono i veri guardiani del borgo, testimonianze di un mondo antico duro ma semplice, che la nostra società, quella dei tanti bisogni e dei molti agi, ormai fatica a comprendere.
Risaliti in auto, partiamo alla volta di Roma, come sempre felici di aver vissuto una giornata di emozioni e sensazioni che solo la montagna può regalare. Mentre scorrono i chilometri ed anche i discorsi si fanno più impegnativi, prima di Poggio Moiano una palla di fuoco all’orizzonte ci impone un’ultima sosta da levare il fiato: è proprio vero che tutti i colori esistono in natura!
Alla prossima, GEO sale !