Oggi e domani siamo sul Brenta, le Dolomiti del Brenta regno di quel sesto grado che per ora non ci appartiene ma chissà, forse un giorno, faremo nostro. Siamo vicino al XII Apostoli, rifugio storico che già lo scorso anno ha costituto la base per la nostra ascesa alla Cima Tosa. Il programma della due giorni prevede due ascese alla stessa montagna, la cima XII Apostoli vicina al rifugio, lungo due vie che presentano difficoltà massimo fino al IV sostenuto ma che, ce ne siamo resi conto lo scorso anno, non sono assolutamente da sottovalutare. I gradi da queste parti, pensiamo tra noi, sembrano un po’ “strettini” ma sicuramente è la severità del luogo a rendere le cose apparentemente più difficili. La prima giornata la dedichiamo alla via denominata Teresona, complessivamente un III grado, con passaggi di III+, alla nostra portata sicuramente. La cima XII Apostoli vedendola da sotto non sembra presentare roccia buona, tant’è che un protagonista che da queste parti ha lasciato impresso il suo nome, Ettore Castiglioni, la definì una montagna con roccia “marcia”. Il bello tuttavia di questa salita, è che segue una delle poche linee scalabili, dove la roccia tiene e dà grande soddisfazione. Arrampicare quando senti le mani e i piedi ben saldi, conferisce quella maggiore tranquillità alla progressione e difatti, in condizioni di roccia buona, il divertimento è assicurato. La via è “spittata”, ossia vi sono protezioni ogni 6/7 metri circa e questo ci aiuta; ma l’esperienza di arrampicare in montagna a 2.500 metri di altezza, tra giganti di calcare tutto intorno, con la consapevolezza che la verticalità è una prerogativa anche di salite dai gradi facili, è sempre e comunque qualcosa che richiede massima concentrazione ed attenzione. I tiri sono cinque, con un intermezzo su una grande cengia erbosa dai sassi pericolanti; è bella la linea di salita ed a pareti verticali, si affiancano passaggi all’interno di camini ed un traverso finale di pochi metri da non sottovalutare. Arriviamo in vetta dopo qualche ora di arrampicata e siamo contenti che anche stavolta un tassello l’abbiamo aggiunto alla nostra esperienza di novelli alpinisti, di chi si affaccia al “mondo del verticale” con la voglia di imparare e scoprire soprattutto se stessi. Dalla vetta il panorama è maestoso ma il tempo stringe poiché dobbiamo arrivare per tempo al rifugio visto l’orario presto di cena: siamo soddisfatti, in fin dei conti siamo saliti questa mattina direttamente dalla valle sottostante (da Malga Movlina, n.d.r.) e dopo due ore e mezza di faticoso cammino abbiamo iniziato ad arrampicare. In fin dei conti una bella cena assieme alla solita buona birra ce la siamo meritata. Ma non finisce ancora qui, infatti dobbiamo ridiscendere e da queste parti la discesa è sinonimo spesso di disarrampicata su gradi semplici. Seguiamo la linea di cresta, le tracce degli ometti di pietra e dopo un po’ siamo finalmente alla base della montagna, laddove sfasciumi anche un po’ desolanti caratterizzano il paesaggio della zona. Eccoci al rifugio, dove una pasta un po’ scotta ed un polpettone decisamente più gradevole compensano la nostra “fame da lupi”. Ripensiamo, come al solito, alla salita ed ai passaggi effettuati, alle cose andate bene ma soprattutto a quelle da migliorare e con un po’ di stanchezza spengiamo la luce della stanza, calando il sipario su una giornata intensa che per essere il primo tempo di questo bel film sul Brenta, si presenta decisamente interessante.
Il giorno dopo la sveglia suona alle 6 e 45, il tempo è splendido e dopo qualche foto alle prime luci dell’alba che colorano le montagne trentine, facciamo una rapida colazione pronti per affrontare una nuova giornata, che si concluderà con la discesa a piedi nuovamente a valle, stavolta diretti verso casa, in val di Non. La salita che ci aspetta è più difficile di quella di ieri, ci sono infatti un paio di tiri di IV grado denominati “strapiombetti” che, vista la propensione al “difetto” che c’è da queste parti, un po’ ci creano apprensione. Ma motivati come al solito e determinati alla riuscita di questa nuova esperienza, partiamo diretti all’attacco della parete. Siamo vicini al suggestivo sacrario dedicato ai caduti della montagna, una grotta artificiale ricavata negli anni 50, dove all’interno sono custodite le memorie di appassionati alpinisti ed escursionisti che, per un qualche scherzo del destino, hanno lasciato lassù, sulle loro amate montagne, la vita. E’ strano pensare alla morte osservando le espressioni sorridenti di ragazzi giovani che, ci azzardiamo a pensare, forse hanno lasciato la vita dove magari avrebbero sognato, se mai qualcuno glielo avesse chiesto….
Siamo pronti a partire e una bella sorpresa ci coglie d’improvviso: troviamo tra la roccia una piccola raffigurazione cartacea della Madonna di circa quarant’anni fa ancora in buono stato e che, d’ora in poi, porteremo sempre con noi. E’ un bel segnale pensiamo, ci infonde ottimismo e ci carica al punto giusto. La via presenta una roccia a tratti meno buona, ma comunque ci dà soddisfazione e non è mai banale seppure su gradi semplici. Ritroviamo anche tratti di placca leggermente appoggiata, laddove la salita in aderenza amplifica la ricerca di equilibrio del corpo, di tenuta dei piedi e di fiducia, quella fiducia che sulla roccia liscia ma appoggiata fa si che un corretto movimento del corpo e di spostamento del peso cambi notevolmente la qualità e la sicurezza nella progressione. Siamo al primo passaggio di IV e senza troppo patire saliamo abbastanza rapidi, agevolati dalle protezioni già presenti le quali tuttavia, non permettono di azzerare assolutamente le difficoltà. La via, denominata 12 volt, è in ombra ma per fortuna la giornata non è fredda e le mani non subiscono più di tanto quell’effetto “cristallizzazione” che anestetizza la presa. Un altro tiro di III ed eccoci al secondo “strapiombetto”, il più temuto, quello che lo scorso anno l’amico e guida alpina Salvaterra ci aveva avvertito di non sottovalutare. Infatti, il passaggio non è facile e soprattutto non è protetto sul punto più delicato. Servono i friend, serve la calma, serve la respirazione che permette di allontanare la tensione, quella famosa tensione che in un caso come questo può essere un nemico pericoloso. Ma lo accennavamo prima, è questo il bello (e il meno bello) dell’arrampicata e dell’alpinismo e dopo qualche difficoltà ed un po’ di paura il primo di cordata vince il passaggio difficile, proteggendo ulteriormente ed evitando, nel caso fosse avvenuto, un volo di almeno sei metri. Siamo fuori, o quasi, manca un ultimo tiro di camino ed eccoci al termine delle difficoltà maggiori della salita; d’ora in poi ci saranno tre tiri di I grado su roccia a tratti pericolosa perché friabile. Non ci fidiamo a progredire di conserva e con maggiore lentezza rispetto al normale, ci ritroviamo nuovamente in vetta, dopo una cresta aerea che, solo come le creste sanno suscitare, è di grande emozione. Ventiquattro ore prima eravamo sempre lì, ad oltre 2.800 metri a rifare le corde e nel frattempo a contemplare l’orizzonte, a prendere fiato ed a scambiare le immancabili battute riflesso di una tensione allentata. Dobbiamo ridiscendere, ma rispetto a ieri lo facciamo per un canale-camino che con un paio di corde doppie ci riporta alla base. Il tempo di rimettere il materiale negli zaini e di bere un’attesa bottiglia d’acqua fresca ed eccoci pronti a salutare il nuovo e gentile gestore del XII Apostoli, colui che ha rilevato, prendendone la pesante eredità, Ermanno Salvaterra. In discesa si cammina spediti, sarà forse il pensiero di una bella cena che a tratti ci fa allungare il passo. Anche quest’anno il Brenta l’abbiamo vissuto nel pieno della sua espressione ed anche quest’anno tutto è andato bene come speravamo. Le difficoltà delle ascese, come è giusto che sia, sono aumentate e già per il prossimo anno programmiamo l’ipotetica via di scalata. Ma come tutte le cose, molto dipenderà dall’allenamento di un anno che si preannuncia ricco e poliedrico, con in serbo lo scialpinismo e le cascate di ghiaccio a soddisfare gli appetiti invernali.
Siamo alle auto quando è sopraggiunta la sera e mentre sfilano i titoli di coda alla due giorni sul Brenta, cala il sipario anche su questa estate “arrampicatoria” che ci ha visto più esperti ed allenati ma ancora in cammino lungo la strada che porta al miglioramento e alla conoscenza della tecnica ma soprattutto al miglioramento di se stessi. Perché, non lo dimentichiamo, la montagna è una bella passione ma è qualcosa di più quando diventa scoperta di ciò che siamo e di quelle risorse che neanche noi pensiamo di possedere.
Al prossimo anno….