L’ascesa al cratere

 La strada è poco pendente e molto lunga, gli incroci e le svolte si somigliano tutte, ci si può sbagliare facilmente. Dopo un piccolo errore arriviamo alla prima tappa notturna: siamo al rifugio Galvarina, 1800 metri. Un piccolo bosco ci ospita calorosamente per il pernottamento notturno. Il tempo è perfetto, la notte scorre veloce e dolci le stelle, con le foglie secche sul manto erboso, ci accompagnano al riposo. Si recuperano le forze delle prime quattro ore di salita, necessarie per affrontare la seconda parte dell’escursione, ben più difficile e impegnativa, e ci svegliamo prima del sole. Sono le quattro e mezza del mattino: una fioca luce accenna a scaldare il monte Etna, che si erge immensamente sopra di noi e che oggi vogliamo affrontare, per affrontare noi stessi. Una pettata che sembra non finire mai, tra sabbia, pietra durissima e instabile, sciara ed erba spinosa e appuntita, come a difendere la vetta dell’immane vulcano. È una salita di altri duemila metri di dislivello, dal rifugio.

 

 
Comincia l’“attacco” vero e proprio: gli scarponi calpestano pesantemente il terreno arido e lunare tracciando un timido sentiero, perchè non ce n’è uno, nè vi è una via ben visibile. Siamo in fila, le chiacchiere iniziali svaniscono in fretta all’iniziar della salita. Il sole da dietro il monte sale, ed un’ombra perfettamente triangolare copre la valle sotto di noi, dandoci la sensazione di arrivare con essa a coprire l’intera Sicilia. Le gambe intanto salgono faticosamente, i muscoli sono contratti, ogni sosta è un sospiro di sollievo e la mente corre veloce, molto più dei piedi. Ti dice che la vetta è ancora lontana, che mancano altre quattro, cinque ore di cammino. Ti suggerisce di fermarti lì dove sei, e quasi le dai retta.

 

 Le scuse cominciano ad affiorare: le scarpe non sono buone, i piedi dolgono, c’è ancora la discesa, devo limitarmi a quanto posso. Invece ti accorgi che basta la parola di chi sta accanto a te, basta il gesto di alzarsi dalla traballante e appuntita roccia, e ritrovi le forze. L’incoraggiamento lo ricevi e lo dai. “Alza le chiappe, su!”. Da solo mi sarei probabilmente fermato a metà strada. Allora ti poni un obiettivo dopo l’altro, tante piccole mete, una dietro l’altra, fino ad arrivare faticosamente e con ritmo affannatto a tremila metri, a trecento metro dal punto più alto. Manca solo mezz’ora per arrivare alla vetta, che è lì, immobile, bella. Esce fumo, nubi di zolfo. Sembra parlare, il santo cratere: dimostra con tutta la sua forza che il vulcano è vivo!

Cammini lentamente, quasi vuoi assaporare il profumo della vetta, che oggi non è profumo ma puzzo di zolfo.

Ti avvicini alla vetta, senti la forza dell’Etna. Il magma sotto di te bolle ardentemente, è fuoco di vita. Gli ultimi passi li facciamo uniti, uno dietro all’altro, in una fila che tira insieme il fiato. Inspiri ed espiri, ogni passo più in alto ti avvicina al propulsore del fumo che vedi da giorni.

 Ci siamo: l’odore di zolfo si fa più forte, quasi a indicarti che la vetta è bella, ma prima o poi bisogna ridiscendere. Il cratere lascia fumo e nebbia, qualcuno si affaccia giù, per intravede il cuore pulsante del vulcano: è enorme, sembra una montagna rovesciata, lì dentro. Basta un passo più in là, e ti ritrovi in mezzo alle fiamme che sanno d’inferno. E fa impressione, e il paesaggio è surreale. Intorno a te è come ti immagineresti la Luna: sabbia e secchezza, aridità e fumo, nulla di più. C’è giusto il tempo di una foto, togliendo i panni dal naso e dal viso, solo per un attimo, chè lo zolfo ti costringe a tappare le narici. Siamo pronti per riscendere, e velocemente: lo zolfo già fa tossire e, se respirato più a lungo, potrebbe creare seri problemi.

La discesa è veloce, cerchiamo di calpestare i canaloni di sabbia, formati dalle nubi e dalla lava dissolta in polvere. I piedi affondano bene, si può correre. Mentre scendi ti ricordi di qualche ora prima, quando pensavi che non ce l’avresti fatta. Ed eccoti arrivato alla base di partenza, sorpreso tu stesso, per primo, come non pensavi.

Lo zaino è più leggero e i piedi ancora doloranti. La gola è secca e chiede acqua. La pancia è vuota e la mente sgombera. Un leggero sorriso disegna il viso e un’esperienza in più arricchisce cuore e mente.

Per due giorni siamo usciti dal recinto che ti costringe alla vita normale e borghese, fatta di piccole paure e preoccupazioni di poco conto che a tremila metri, con condizioni di sopravvivenza minime, sembrano addirittura ridicole. Per due giorni abbiamo messo alla prova noi stessi, senza giustificazioni nè paraocchi: abbiamo visto i nostri limiti e anche i nostri pregi. Speriamo di smussare i primi e valorizzare i secondi, nella nostra breve vita. E speriamo di rivederci presto, monte Etna!

Foto di Geo – Flickr