Vetta occidentale del Corno grande, cresta Est-SudEst 2912 m. s.l.m.

La via lungo la cresta sud est è una cosiddetta classica, con uno sviluppo di circa 360 metri, passaggi fino al IV+ e la presenza di alcuni chiodi nei punti più delicati. La roccia in certi punti non è delle migliori e questo ci costringerà ad attenzionare più del solito la tenuta e la consistenza degli appigli, ottimo allenamento per mantenere alta la concentrazione. Le vie alpinistiche classiche, in genere sono un “trionfo” di diedri, camini, fessure e seppur in maniera minore anche la cresta sud est non è da meno. Saliamo a tiri alternati ed il primo ha l’affascinante compito di capire lo sviluppo più logico della via, facilitato dalla presenza di qualche chiodo e dalla linea di cresta. Allo stesso tempo cerchiamo di coordinarci il più possibile, in modo che la cordata proceda il più speditamente possibile. Rapidità ma precisione nelle manovre, attenzione nel dare corda al primo che sale, recupero sicuro per il secondo di cordata sono parte di quegli aspetti “tecnici” dell’arrampicata che assumono un’importanza fondamentale nel caso di vie lunghe in montagna. La lentezza o l’approssimazione, infatti, possono causare spiacevoli inconvenienti, così come la stolta imprudenza da non confondere col coraggio e l’arditezza, poiché queste ultime, a differenza della prima, sono comunque il riflesso di un rischio “calcolato”, della consapevolezza delle conseguenze generate dall’atto che si compie. L’assumersi la responsabilità di ciò che si fa, infatti, richiede una presenza a se stessi, una presa di coscienza del contesto in cui si è inseriti, del passaggio che si va ad affrontare, del tempo che si ha a disposizione, delle possibili condizioni meteo, dei supporti materiali, ecc., in poche parole una dose di lucidità e di concentrazione perché in montagna basta poco che una situazione prenda una piega inaspettata.

 La via procede bene e seppure in quattro, visto che preferiamo le cordate vicine, il nostro andamento è nel complesso costante e senza flessioni, in cui ad un primo di cordata che ha bisogno di più tempo per affrontare il tiro di corda, segue un secondo molto più spedito. La bellezza delle vie di montagna rispetto alle palestre di roccia delle falesie è molteplice, ma forse il nostro è un giudizio di parte vista l’esperienza accumulata nell’andar per monti lungo i sentieri dell’Appennino e la propensione che avvertiamo verso una montagna meno “sportiva” ma più “contemplativa”, fatta di luoghi dove ancora c’è il piacere della solitudine e la possibilità di percepire il significato dei vasti orizzonti. I primi tiri sono un’alternanza di passaggi facili, II e III grado, ad alcuni un po’ più impegnativi di IV e proseguendo costanti arriviamo al “naso”, protuberanza rocciosa che indica approssimativamente la metà della via. Siamo in sosta, pronti a ripartire, quando ad un tratto uno strano sibilo dall’alto seguito da un urlo allarmante ci dà appena il tempo di capire cosa succede: “sasso!!!”. In genere la parola sasso si è portati ad associarla a cose di media grandezza al massimo, ma non a quella specie di meteorite che, fortuna ha voluto che passasse più esternamente alla nostra posizione, ci ha sfiorato. Ma forse abbiamo capito male, era masso; se così fosse l’arcano mistero sarebbe risolto, resta il fatto che per poco non ci finiva in testa (e non solo). D’altronde, al di là dei significati più nobili associati alla volontà di affrontare le vie di montagna in solitudine, ce ne è uno molto pratico derivante dal pericolo di caduti sassi (e massi). Anche questo fa esperienza, mai distrarsi direbbe il saggio…

Superata la zona del “naso” arriviamo al punto più delicato della via e senza indugi ci lanciamo all’assalto di quel diedro con fessura che presenta passaggi che secondo alcuni sono di IV superiore, per altri addirittura di 5b scala francese, per noi dei passaggi e basta che dobbiamo superare senza tenere troppo conto delle disquisizioni sul grado. Effettivamente non ci sembra facile, ma con un po’ di fatica riusciamo ad uscire ed a proseguire lungo la cresta la quale, da qui in poi è in alcuni tratti più aerea e molto appagante dal punto di vista paesaggistico. Una rapida riflessione va fatta sul come, lungo le vie alpinistiche, il quarto grado ampiamente e normalmente “snobbato” in falesia, rappresenti un grado da non sottovalutare, specie quando necessita di essere assicurato o presenta chiodi spesso vetusti sui quali comunque non si può fare pienamente affidamento. Anche perché, banale ma efficace immagine, in falesia con una caduta si rimane appesi allo spit, magari con un volo al massimo di due o tre metri, in montagna, se la protezione è distante e magari su un chiodo un po’ arrugginito, è forse meglio non cadere. La nostra via, tuttavia, ha nel punto delicato di cui parlavamo più di un chiodo e la cosa, almeno da un punto di vista psicologico, ci ha aiutato a passare più tranquilli. A questo punto si sale incontrando in alcuni punti una roccia molto instabile: l’attenzione in questi casi non si limita solo a trovare il migliore appiglio per la progressione verticale, ma anche a non smuovere ciò che c’è sotto i piedi quando si è su cenge e gradoni. Il tempo nel mentre tende ad annuvolarsi ma per fortuna non pare voglia giocarci lo scherzo di un temporale estivo che complicherebbe non poco, anche se solo per gli ultimi tiri, il resto della via. La salita procede rapida e seppure un po’ stanchi conserviamo l’entusiasmo mattutino, alimentato sicuramente dall’idea che al ritorno una bella e meritata birra ci rinfrescherà. Il primo di cordata, nei tiri più lunghi, ha qualche difficoltà per una corda dura che a tratti si incastra tra la roccia ma con un po’ di pazienza arriviamo fino all’ultimo tiro, dopo aver passato le placche finali con passaggi di III+. Ci siamo quasi, l’anticima è di fronte a noi e decidiamo di proseguire di conserva per l’ultimo breve tratto di cresta e non più con le scarpette ai piedi. Siamo in vetta al Corno Grande e come al solito quella leggera euforia per aver compiuto l’ascesa accompagna i nostri volti soddisfatti. Purtroppo la vista non spazia come vorrebbe a causa delle nuvole che ovattano l’atmosfera ed il tempo di rifare le corde, levare gli imbraghi e riporre il materiale nello zaino, eccoci pronti per discendere lungo la via normale. Sarà l’ora, le 16.30, e sarà il tempo non dei migliori, ma come raramente (quasi mai) capita incontriamo solo due escursionisti in vetta dai quali, dopo aver scambiato quattro chiacchiere, ci congediamo.

Dopo una mattinata trascorsa ad arrampicare, il ritorno in veste escursionistica aiuta a rivivere la giornata, a fissare i momenti, le sensazioni, i passaggi, le emozioni e tutto quello che un’arrampicata di più ore in montagna può dare. La bellezza di sentirsi immersi in un contesto del genere assieme ai propri compagni di cordata e l’affascinante confronto che si genera tra se stessi e i propri limiti, specie verso quella paura e quella strana adrenalina che costantemente si mischiano e si alternano predominando prima una e poi l’altra, rende un’esperienza di questo tipo unica. Durante la discesa, quindi, non è raro vedere momenti in cui si scambiano due parole in gruppo e momenti in cui si scende solitari, stimolati in quel dialogo interiore che solo la montagna sa generare. In lontananza, verso sud qualche tuono scuote il cielo ma, a parte qualche goccia peraltro rinfrescante, scendiamo senza nessun tipo di problemi. Il vento di Campo Imperatore è come al solito l’immancabile padrone di casa e dopo la desiderata birra, le immancabili risate e le strette di mano, uno sguardo alle spalle in direzione del Corno Grande è l’ultimo gesto prima di partire alla volta di Roma.

La strada corre dritta per l’altopiano colorato delle luci calde e rassicuranti di un tardo pomeriggio estivo. Anche oggi abbiamo scritto una bella pagina della nostra vita.

Campo Imperatore, 26 luglio 2008