Troviamo subito un chiodo che ci fa ben sperare, per notare poi senza particolare emozioni come la via sia povera di protezioni. Toccherà a noi proteggere! Ed ecco il primo passaggio: povero di appigli e difficile da proteggere; un’occhiata a destra e a sinistra, l’unica possibilità è quella di infilare un cordino in una clessidra, consapevoli che al novantanove per cento non terrà. Si può definire una protezione psicologica! Dopo vari tentativi maldestri, con la paura di spiaccicarsi in un volo di qualche metro, il passaggio è vinto, la paura si tramuta in soddisfazione e alla mente si pone un quesito: “era solo un passaggio di 4+?” Ma non c’è tempo per ragionare, bisogna salire! Senza particolari emozioni superiamo il terzo e il quarto tiro che ci fa ragionare su come sia statodifficile il passaggio che avevamo affrontato in precedenza. Era sicuramente una “variante” non prevista, ma non avendo la relazione che ne potevamo sapere?
Siamo gli unici sulla virgola, ma altre cordate si vedono nelle vie vicine alla nostra.
Siamo al sesto tiro. Sulla sinistra della sosta c’è un dietro e un roccione, ma non dobbiamo entrare nel dietro bensì aggirare il roccione con un passaggio aereo. Il primo di cordata, viste le difficoltà, protegge dove può con i suoi inseparabili friends. Un metro più su uno spuntone permette di infilare una fettuccia che, ben salda, dà tranquillità.
Ma dove sono le altre cordate? Quelle che salivano parallele alla nostra? Hanno fatto dietrofront!
Seconda lezione: quando il tempo peggiora bisognerebbe tornare indietro. Non ci si fa caso, anzi, non ci si vuol far caso e si tira avanti. Riusciamo a giungere alla sosta del penultmo tiro, e sotto un terrazzino due chiodi vetusti vengono rafforzati con due friends, ed ecco che la furia di un temporale investe la nostra seconda cordata. Il terrazzino ci dà un po’ di riparo ma le ferraglie che abbiamo addosso sono un richiamo per i fulmini e il cielo tuona. Il primo della seconda cordata giunge in sosta, lo si fa riparare dall’acquazzone ma il tetto non permette ospitalità per tutti. Cerchiamo saggiamente di levarci di dosso tutta la ferraglia e la nascondiamo in una fessura aspettando che salga l’ultimo dei nostri.
Il temporale imperversa. L’aria è elettrica.
Ci avevano detto che la vicinanza ai fulmini si determina dalla rapidità con cui, dopo la luce, viene il tuono. A conti fatti siamo in mezzo alle scariche elettriche!
Che fare? Correre verso la vetta che è a poca distanza o aspettare che il tempo migliori? Il terrazzino che ci ripara parzialmente ci fa decidere di aspettare ed intanto anche l’ultimo di noi, simile ad un pesce, ci raggiunge.
Passa qualche minuto con la paura di morire fulminati e seppur meno intensamente il temporale si attenua, ma se poi riprendesse? Alzando gli occhi poi capiamo come il passaggio successivo sia tra i più impegnativi della via.
Una spaccatura sul terrazzino ci ripara con in mezzo una scaglia di roccia che rende il passaggio un po’ strapiombante e per lo più bagnato!
Ed ecco che si presenta il problema di chi voglia affrontare quest’ultimo passaggio. Deciso chi sarà il fortunato, che si immolerà per aprire la strada, bisogna solo decidere se partire o attendere ancora. Piove…e non poco.
Qualche minuto ancora, ma la pioggia non cessa e l’orario ci preoccupa. Bisogna salire. Viene attaccata alla fessura un friend n° 3, che viene posizionato tra la scaglia e la roccia, ben saldo, ci dà sicurezza. Il passaggio viene vinto senza difficoltà.
Il terreno si fa più facile, ma dopo una ventina di metri senza difficolotà ricomincia a tuonare e l’aria è più elettrica di prima.
Il primo decide di sostare sotto un masso, si leva le ferraglie, le nasconde sono attimi in cui paura e rassegnazione si fondono ma fanno capire come siano la natura e la montagna a decidere le tue sorti. Sono loro che comandano, che decideranno sul nostro futuro, che ci permetteranno di concludere la salita o finirla là. Ecco come il rispetto verso natura e montagna fa maturare nell’alpinista sano un senso di umiltà che forse in altre esperienze non lo si potrebbe provare.
In tali situazioni si può essere lucidi e presenti, ma anche codardi e paurosi. Sono momenti in cui ci si conosce e ci si osserva, si capisce di che pasta si è fatti.
La pioggia pian piano cessa, le cordate si riuniscono nell’ultima sosta affianco al masso che ha riparato il primo.
Vediamo la vetta, è semplice, decidiamo che si può salire di conserva (legati assieme, ma senza camminare a comando alternato).
La cima è conquistata.
Sono passate le diciotto e la funivia che ci permetteva di evitarci molte centinaia di metri di dislivello è persa.
Individuiamo un anello per calarci in corda doppia, la via che faremo in discesa è quella delle clessidre.
Purtroppo siamo lenti e gli errori si moltiplicano, seppur tutti ci si dà da fare per tirarci fuori e mettere i piedi sul sentiero.
Riusciamo con difficoltà a fare le prime due calate ma la sosta che ci permetterà di fare la terza non la ruisciamo a trovare. Il buio è imminente e se non fosse stato per una lampada frontale non avremmo più potuto proseguire.
La stanchezza e i vestiti bagnati ci rendono più lenti e laboriosi nelle manovre, ma gli animi non si abbattono e lo spirito è quello giusto. Non bisogna mollare! Ogni avversità è un esercizio!
Le ore passano velocemente, il sonno, la sete e la fame si fanno sentire.
Manca l’ultimo tiro di corda doppia e saremo fuori dal “verticale”. Ma ecco che, come tutti e quattro siamo giunti alla base, una corda si incastra. Senza energie si decide di tagliarla piuttosto che recuperarla.
Il chiarore dell’imminente alba rende più nitida la discesa, vediamo sotto di noi il sentiero Ventricini; solo dieci minuti di ulteriore tensione per scendere, sfasciumi e saremo fuori! Alla nostra destra, all’orizzonte, l’alba ci saluta. Il disco solare annuncia un nuovo giorno.
Stanchi, assetati e affamati siamo felici. Noi inesperti abbiamo avuto modo di verificare la nostra tenuta mentale e fisica.
Il gruppo sarà più unito dopo quella notte. L’esperienza fatta ci farà commettere meno errori in futuro.
Ma il più grande ringraziamento va alla montagna e alla natura, che hanno deciso che per noi non era il momento.
Il Sole è già alto, noi siamo alle macchine. Il ritorno alle pianure ci attende. Dopo questa esperienza siamo tutti un po’ cambiati.
Foto di proprietà di Geo (flickr )