Procedendo con passo sicuro e mettendo a frutto gli insegnamenti, il gioco è fatto. Nei punti in ombra è necessario stare più attenti, poiché il rampone entra poco, ma le due picche danno grande sicurezza. Ovviamente una caduta è assolutamente da evitare, sarebbe un bel volo, con conseguente effetto “palla da biliardo” che schizza sul fondo duro e ghiacciato del canale. In meno di un’ora siamo sotto la cornice, all’uscita del canale: la pendenza è più sostenuta, ma con la dovuta accortezza usciamo veloci. Soli. In silenzio. Nel sole.
La progressione, un po’ faticosa, non è stata particolarmente impegnativa, ma ha richiesto maggiore attenzione rispetto alle altre occasioni in cui avevamo percorso il medesimo itinerario. Ottimo allenamento per il corpo, indubbiamente, ma grande allenamento per la mente: la scalata in solitudine, così come una qualsiasi gita in montagna proporzionalmente al grado di difficoltĂ della stessa, ci abitua alla concentrazione, a tenere alta la guardia, alla luciditĂ e alla consapevolezza dei movimenti, qualsiasi essi siano. Dalla composizione a strati dello zaino ed al suo peso, avendo cura di collocare le cose secondo l’ordine di utilitĂ , all’attrezzatura tecnica da saper maneggiare, dalla progressione migliore a seconda del tipo di terreno, al silenzio della mente. Centrati nell’azione che si sta compiendo e consapevoli del contesto nel suo complesso, immersi nella montagna ed isolati dal mondo esterno. Fuori da questa scalata, il nulla.
Il silenzio dicevamo, ovvero ciò di cui oggi abbiamo tanto bisogno, stante l’insopportabile frastuono al quale siamo sempre più sottoposti, confusione di pensieri indotti e di parole urlate, di stati d’animo stressati e depressi, di preoccupazioni legate alla vita ordinaria che si consuma nella fase di fine corsa di quest’epoca malata. Ma noi a tutto questo ci opponiamo e così, anche con una salita in montagna alla riscoperta di sé stessi, lanciamo la sfida alla contemporanea fabbrica di morti viventi, quella che sforna facce pallide dagli occhi spenti, corpi flaccidi dai movimenti stanchi, (non) vita social e (non) lavoro smart.
Che mondo di merda ci hanno “regalato”, verrebbe da dire. Ma la frase è troppo stupida per essere pensata, resettiamo. Il mondo è quello che è e sta a noi impegnarci a renderlo migliore, partendo prima di tutto da noi stessi. Ed oggi siamo qui per questo, a formare attraverso il confronto, l’esperienza, l’allenamento in tutta la sua completezza, uno stile di vita alternativo a quello dell’omuncolo del terzo millennio. Dalla montagna alla pianura, riuscire ad essere Uomini. Non ci facciamo illusioni e stiamo coi piedi per terra, ci mancherebbe. Ma la spinta che proviene dal cuore è ancora viva ed oggi l’abbiamo ritrovata, assecondata, valorizzata.
Che bello stare in vetta da soli, un po’ di tabacco da fumare ed eccoci pronti a riattaccare gli sci. Una preghiera al Cielo, per ringraziare come sempre chi ci ha donato tanta magnificenza. Via, si parte per il pendio ripido sotto la cresta del Sassetelli, in direzione nord. La neve? Una lastra di ghiaccio. Quando il pendio si attenua impostiamo la prima curva, poi la seconda, la terza; il terreno è difficile da sciare, ghiaccio e fondo duro si alternano continuamente, non fornendo punti di riferimento per una corretta interpretazione. Poco male, anche questo è allenamento. Tagliamo in direzione canale nord, per scendere il ripido pendio al di sotto dello stesso e risalire (nuovamente coi ramponi) verso la sella delle Scangive.
Da qui, nuovamente sci ai piedi, spediti verso il Rifugio e poi nuovamente all’auto, su neve trasformata e finalmente goduriosa. Avevamo dimenticato la crema e la nostra faccia è cotta dal sole. In effetti non siamo state attenti, o forse avevamo talmente bisogno di luce e calore che l’abbiamo cercati in tutta la loro forza.
In verticale, ad oltre 2.000 metri, per tornare carichi lì, nella pianura orizzontale, dove si consuma la nostra lotta quotidiana.