Everest 10 morti a causa di ritardi dovuti al sovraffollamento per raggiungere la vetta.

Probabilmente salire l’Everest o il K2 è il sogno di qualsiasi praticante della montagna, dal gitante della domenica all’alpinista affermato, tuttavia il fine non giustifica i mezzi. Perché il fine non può essere unicamente ridotto a quello di essere stati sul tetto del mondo, perché sarebbe come perdere il senso profondo dell'alpinismo ovvero gli insegnamenti della montagna. E l’alpinismo, prima ancora di essere la cima “conquistata” è il viaggio, l’avventura, l’esperienza psico-fisica (e per certi versi spirituale) che si determina nell’ascesa.

 L'alpinismo come disciplina, se non addirittura come via, è una graduale acquisizione di abilità e consapevolezze, fisiche ed interiori, in cui si impara a decifrare l'ambiente circostante progredendo tra gli elementi e le molteplici insidie. È un percorso di qualificazione dell’uomo, un processo di consapevolezza che trascende la mera acquisizione materiale e nozionistica al fine di generare una vera e propria trasmutazione.

È ancora possibile trovare tutto questo in montagna, vedendo certe immagini?

Ci dispiace, e non potrebbe essere altrimenti, per i 10 alpinisti di questa immane tragedia. Ma la sensazione, amara e terribile allo stesso tempo, è che il loro “sacrificio” è un sacrificio al nulla e tale rimarrà.

In alto i cuori!