Si sale e si suda, partono i primi cambi di maglia e le prime soste sono indispensabili per bere e mangiare qualcosa. La neve ora c’è e, tranne qualche piccola interruzione, è abbastanza continua: il cielo terso sopra di noi è di un azzurro pennellato. La vetta non si vede, mentre si vede benissimo, lo splendore del Gran Sasso: il Corvo, l’Intermesoli, il Corno Piccolo, fino al Prena ed al Camicia, e poi anche la valle del Chiarino, il vallone del Crivellaro, Prato Selva ed i Prati di Tivo, la bellezza e la grandiosità di questo angolo di appennino da una prospettiva che raramente si vede. Una leggera brezza si fa sentire durante le soste, a ricordarci che comunque è gennaio ed intorno ai 2000 metri freddino dovrà pur fare. Il gruppo è abbastanza compatto, c’è chi fatica un po' di più degli altri ma la determinazione ed il carattere intervengono laddove il fisico, a volte, non assiste completamente. Eccola una delle grandi verità della montagna, espressione di quanto prima dicevamo sulla natura formativa della stessa: dinnanzi alle difficoltà, qualunque esse siano, ciò che emerge è la vera natura dell’essere umano, perché il superfluo, quando la situazione si fa complessa a seguito di problemi fisici o di altro tipo, non ha spazio. Le maschere cadono ed uno si mette a nudo con tutte le sue debolezze e le sue virtù, ma se le prime vanno accettate e prese in considerazione per quelle che sono, le seconde sono la spinta fondamentale per non mollare, anche quando il fisico sembra cedere. Il carattere esce fuori ed anche attraverso l’aiuto cameratesco di chi sta in gruppo, si superano i momenti critici fino al raggiungimento dell’obiettivo.
E l’obiettivo di oggi corrisponde all’anticima del Gorzano a circa 2.250 metri di quota, ovvero duecento metri prima della vetta: la valutazione che facciamo, infatti, tiene conto dell’orario e della via di ritorno ed essendo ormai sopraggiunte le 14, propendiamo per interrompere qui la nostra ascesa. Intorno è tutto bianco, a 360 gradi l’orizzonte spazia fino al mare Adriatico ed alle principali cime appeniniche e, come sempre in questi casi, la felicità pervade l’aria: un brindisi con del vino cotto, verace e sanguigno al punto giusto, è la giusta compensa per gli oltre 1.000 metri di salita, soprattutto per chi ha faticato più degli altri ed alla fine ce l’ha fatta.
È tempo di scendere e la neve un po' ghiacciata, a tratti dura e crostosa, a tratti farina e colla, invita lo sciatore ad essere “poliedrico”, lungo una discesa comunque tranquilla e senza pericoli oggettivi. Ci fermiamo a mangiare prima del bosco e, tra una risata e l’altra, ci rilassiamo al sole del primo pomeriggio, in un’atmosfera che, come direbbe qualcuno, è bronzea e mite.
Altri duecento metri e siamo a Le Piane, per gli ultimi centocinquanta metri da percorrere a piedi lunga la sterrata. Ritroviamo persino il cane Lucio che, evidentemente attirato dai profumi e dagli odori di questo anticipo di primavera, dopo un’ora in nostra compagnia ha pensato bene di vagare per i monti della Laga in perfetta solitudine. Come sempre, un panino al salame lo rimedia….
L’ultima sosta al bar lungo la SS 80, in località Ortolano, ed è tempo di saluti. Si ritorna a casa, per quanto da casa non ci siamo mai allontanati.
Alla prossima salita di GEO!