Monte Etna 2015

L'ultimo tratto di cammino viene percorso in fila ed in silenzio, esercitandosi nel sincronizzare il passo con chi ci precede, ed il respiro col passo; un ottimo esercizio per vivere a pieno la montagna e tutta la sua potenzialità esperienziale, che va ben al di là del garantito agonismo e del semplice godimento di bei paesaggi.
Dopo quasi 5 ore tra gli alberi si scorge finalmente il tetto spiovente del rifugio Galvarina, siamo a poco più di 1800 m. di altitudine ed in questa piccola ma accogliente casetta in pietra passeremo la notte. Il camino è stato acceso da qualche recentissimo visitatore, qualcuno ne approfitta per far asciugare le magliette mentre altri cercano di alleviare il dolore delle vesciche ai piedi con gli appositi cerotti. In breve tempo ci accampiamo con i sacchi a pelo nel piazzale di sabbia grossa antistante l'edificio, siamo in pieno tramonto e si sfrutta la debole luce crepuscolare per cenare frugalmente con una parte delle razioni. Non appena il buio si fa importante ecco le attesissime volpi accendere i loro occhi ed avvicinarsi minacciosamente, già lo scorso anno si erano dovuti montare turni di guardia per tenerle lontane dagli zaini durante la notte, sono abituate alla presenza degli escursionisti ed interessate a quella dei loro viveri, e non hanno la minima paura di rubarli! Ma deboli accenni di pioggia convincono l’intero gruppo a spostarsi all’interno del rifugio, lo spazio è poco ed il russare di molti è forte, alcuni di noi però sanno di dover alzarsi in piena notte e proseguire l’ascesa verso il cratere, per loro il riposo è obbligatorio.
Puntuale arriva la sveglia, sono circa le 3 di notte e 17 coraggiosi sono in piedi, zaino in spalla, pronti ad effettuare la vera e propria escursione. Da questo punto in poi non ci sono sentieri, il primo tratto è caratterizzato da una fastidiosissima vegetazione bassa e ricca di aghiformi spinosi, nonché da un terreno sassoso ed irregolare. La pendenza dopo pochi minuti è già forte e lo sarà quasi sempre fino in cima, la sofferenza sarà una pesante compagna di viaggio con cui fare i conti. Non passa molto tempo che si arriva al punto in cui le nostre torcette frontali illuminano solo rocce e sabbioni neri; la salita continua ripida guidata dall’esperto capofila che sceglie percorsi più rocciosi per evitare di raddoppiare la fatica sui tratti dal fondo sabbioso, anche se in alcuni passaggi bisogna aiutarsi con le mani per superare le grosse pietre irregolari.
L’alba è ancora lontana, ma la montagna in questo momento è così scura che guardando vero l’alto si riesce a distinguere dal cielo un curvo orizzonte, il quale sembra essere non più di 20-30 metri al di sopra del gruppo in testa, il che farebbe ben sperare in una lieve cresta od in uno spiazzo sul quale riprendere fiato… ma guardando di nuovo in alto dopo altri 10 minuti di cammino, quando si penserebbe di averlo finalmente raggiunto, eccolo trovarsi sempre alla stessa distanza! Questo è il vero momento in cui ci si rassegna al fatto che questo monte ha una sua pendenza regolare ed arrotondata la quale non permette mai, da una certa quota in su, di vedere a lunga distanza il tragitto da percorrere e soprattutto la meta da raggiungere.Mai presi dallo sconforto e ben determinati si prosegue nell’arduo cammino, insidiato man mano che si sale da un vento sempre più forte, proveniente da nord-ovest, che ci fende facendo sentire tutto il freddo della notte in alta quota. Le energie adesso cominciano a calare ed il gruppo si sfalda, come è fisiologico, mentre però il cielo comincia a schiarirsi fino al momento in cui non è più necessario l’utilizzo delle luci personali. Importante resta il seguire le orme lasciate dai primi della fila, in modo da non allungare inutilmente il tragitto su tratti più difficili o pericolosi. Grosse rocce tonde e solitarie, sputate fuori dal cratere chissà quante decine o centinaia di anni fa, offrono riparo dalle tremende folate gelide per sedersi qualche minuto a riposare consumando un rapido spuntino; un frutto acquoso come una pera, in questo momento, sembra la cosa più prelibata al mondo.

Si fa affidamento all’animo quando il corpo inizia a cedere e nella testa i pensieri iniziano a dirti “torna indietro”, “chi te lo fa fare”; siamo vicini alla strada percorsa dalle jeep turistiche che dagli altri versanti portano in cima i visitatori, questa consapevolezza unita alla convinzione di non arrendersi fa andare avanti fino ad una zona meno ripida in cui è possibile riprendere fiato e capire dove si trova il gruppetto che guidava la fila. Sono 6 persone che in una piccola conca riparata dal vento attendono da molto il resto degli escursionisti, patendo il fortissimo freddo che stando fermi è inevitabile soffrire; riunita l’intera comitiva siamo pronti all’ultima salita, per recuperare il tempo perso sarà una pettata ripida e sabbiosa, non resta altro che sgomberare la mente e mettere uno stanco passo davanti all’altro. Il panorama è dominato dal gigantesco cono d’ombra proiettato dal vulcano, ed offre la sensazione di coprire con lo sguardo l’intera Sicilia e le sue bellissime coste; il sole è sorto e comincia a scaldarci.
Ora la fatica è al massimo, le forze sono allo stremo, ma già si vede vicino il perenne fumo del cratere; in pochi interminabili minuti siamo sul grande piano che lo circonda. Il vento è fortissimo, ti sposta e impedisce letteralmente di respirare, a dire dei più esperti non era mai stato così forte nelle precedenti salite; qualche decina di passi ci porta sul bordo dell’infernale incavo, i vapori sulfurei impediscono di vedere il fondo e lo scenario lunare toglie quel poco fiato rimasto. Ci si sdraia tutti a terra, con la scusa di patire meno il vento ma per molti è un’occasione di riposo; si resta su il giusto tempo per godersi la soddisfazione dell’impresa e per fare delle foto di gruppo, immortalando il momento.
Non resta che scendere, con divertenti corse sui sabbioni che quest’anno a causa dell’umidità sono più compatti e mettono a dura prova le ginocchia. Il tratto successivo composto di vegetazione e sassi in discesa è odioso e lunghissimo, lentamente ci porta di nuovo alla Galvarina dove ci attendono gli altri con delle scorte dei loro viveri, se ne sono privati appositamente per cederli a chi ha raggiunto la cima. Il viale al ritorno sembra non finire mai, l’acqua scarseggia, le gambe ormai non si sentono più e le vesciche ai piedi pungono come lame, ma il lauto pasto che ci attende all’arrivo rincuora tutti.
Arrivederci Etna all’anno prossimo, grazie per averci offerto nuovamente la possibilità di metterci alla prova, di conoscere noi stessi, di donarci senza chiedere nulla in cambio; porteremo come sempre questa esperienza nelle difficoltà della vita quotidiana, per saperle affrontare col giusto spirito.