Monterosa – Luglio 2010

Il mattino seguente ci alziamo di buon’ora e dopo un caffè ci dirigiamo alle pendici del massiccio del Monte Rosa dal quale parte la funivia che porta in quota. Lì, come stabilito la sera prima, ci riuniamo tutti assieme e facciamo colazione prima di partire alla volta del ghiacciaio. Durante la salita in funivia abbiamo la possibilità di ammirare il paesaggio montano che varia con l’aumentare dell’altitudine, diventando man mano più spoglio e brullo, nonché di avvistare qualche animale tipico della regione; il tragitto in funivia è una sorta di porta d’ingresso verso questo mondo inospitale solitamente chiuso e celato dalle vette, permettendoci di apprezzare ulteriormente il distacco dal mondo civilizzato. Arrivati nel punto più alto, a circa 3200 metri di quota, indossiamo il materiale tecnico che permetterà di muoverci in sicurezza e di resistere a quell’ambiente così particolare; ci leghiamo in cordata, in gruppi di due, col consueto “nodo a palla” indispensabile per la progressione sul ghiacciaio.  Invece di optare per la strada classica che da lì, in circa un’oretta di cammino, porta alla Capanna Gnifetti, decidiamo di dirigerci direttamente alla volta delle vette sovrastanti, per raggiungere il rifugio solo in serata. Infatti, come programmato, siamo diretti alla Punta Giordani, una “sgambata” tanto per gradire, visto che fino a 10 ore fa eravamo a quota venti metri sul livello del mare. Tuttavia, la salita è tecnicamente facile e resa gradevole dal sole insolitamente caldo per il luogo, anche se la sensazione di benessere è interrotta soltanto dal consueto leggero mal di testa dovuto all’altitudine crescente. Mentre procediamo ecco arrivare l’elisoccorso in aiuto di un alpinista caduto in un crepaccio, appartenente al gruppo che immediatamente ci precedeva: un monito ad essere prudenti? Sicuramente si, visto che l’indomani apprenderemo che l’alpinista, slegato, ha fatto un volo di quasi quindici metri… Non c’è cosa più stupida in montagna di considerarsi superiori a pericoli oggettivi, quali ad esempio la presenza di crepacci, sfidando le regole minime di sicurezza perché magari si è conseguito qualche brillante risultato ascendendo chissà quale montagna “difficile”. A quattromila metri, qualsiasi sia l’itinerario che si è deciso di intraprendere, non si scherza, anche quando il percorso è facile e l’unico apparente problema può essere l’acclimatamento alla quota. Mentre tra noi riflettiamo ad alta voce, col respiro un po’ affannato, proseguiamo all’interno di un canalone sovrastato da impervie cime e creste rocciose, mentre le seraccate in lontananza danno alla scena un aspetto quasi irreale; per fortuna la neve è piuttosto abbondante e limita, nel possibile, i crepacci, presenti solo in minima quantità e di ridotte dimensioni….a parte quello dell’amico alpinista di poco prima!  Man mano che saliamo, godiamo di un panorama sempre più vasto anche se purtroppo a tratti coperto dalle nuvole. E’ il momento che desideravamo: permettere ai nostri pensieri di volare al di sopra della confusione tipica del mondo di tutti i giorni, renderci in grado, ognuno nell’intimità di sé stesso, di vedere con maggiore chiarezza all’interno di sé, mettendo ordine nel proprio sentire, confrontandosi apertamente e sinceramente con la propria coscienza. Per mezzogiorno circa, dopo un ultimo breve tratto di scalata su roccia, eccoci sulla Punta Giordani: consumiamo un pasto veloce e ci concediamo un momento di riposo. Siamo esattamente a 4046 metri, dopo aver percorso l’itinerario del versante sud ovest, valutato F/I e 35°.
Soddisfatti per aver raggiunto la prima meta di questi due giorni alpini, ripartiamo alla  volta della Piramide Vincent. Non abbiamo una precisa idea di dove passerà l’itinerario per salire in vetta, ma “armati di fede”, di alcune relazioni tratte da internet e della giusta carica, attraversiamo a mezza costa il pendio sottostante la piramide. Lo affrontiamo velocemente, nonostante un po’ di stanchezza inizi a farsi sentire insieme alla quota, tuttavia l’ora calda e il pericolo che da sopra qualche scarica di sassi possa colpirci, ci impongono di essere rapidi. E’ un bel traverso quello che facciamo e per fortuna la neve tiene bene e non ci sono tratti particolarmente ghiacciati….altrimenti sarebbe stato tutto molto più difficile! Siamo lungo il versante sud est e, per avere una migliore idea di dove proseguire, raggiungiamo un punto che ci permette di scorgere dall’alto anche la capanna Gnifetti. Verso sera quest’ultima sarà la nostra agognata meta, rifugio per le nostre ugole assetate e i nostri stomaci brontolanti, ma per ora abbiamo la Vincent da dover raggiungere. Un consulto tra noi e, fiduciosi, risaliamo facendo dapprima un altro traverso in direzione opposta rispetto al precedente (tracciando quindi una specie di zig-zag) per poi imboccare un primo canalino intervallato da qualche roccetta che rende meno facile il passaggio. A questo punto, per stare più tranquilli, proseguiamo a tiri di corda permettendo a chi è più esperto di aprire la via e di recuperare gli altri. La pendenza in alcuni tratti è sostenuta, ma anche qui la neve tiene abbastanza, anche se spesso, essendo un po’ inconsistente, tende a “franare”. Superato il primo canale con un “simpatico” passaggio di misto, ci attende il secondo quello che, nei nostri intuiti ma anche e soprattutto nelle nostre speranze, dovrebbe condurci in cima. Si parte: un paio di tiri di corda ed eccoci sulla Piramide Vincent, a 4215 metri.  Una stretta di mano e le consuete foto di rito che ritraggono la fatica di aver affrontato una salita “aprendosi la strada” da soli, ossia procedendo per intuito lungo quel percorso che sembrava il più logico possibile. In questo modo, l’ascesa ha avuto un fascino diverso, non c’è dubbio, e sicuramente la salita un sapore altrettanto diverso, più esplorativo potremmo dire, con un manto nevoso che, per quanto teneva sotto gli scarponi, ha comunque impedito l’utilizzo di “protezioni” artificiali come i chiodi da ghiaccio….e quando il pendio è abbastanza sostenuto il non essere protetti non è il massimo!  
 Per oggi basta, e trascinati dal vento che comincia a farsi sentire scendiamo verso la Capanna, mentre a tratti si aprono squarci di visuale su molte delle vette che formano il massiccio del Rosa. La discesa è a tratti fastidiosa, vista la neve molle che spesso fa perdere l’equilibrio, ma verso le 17, superati alcuni crepacci in alcuni casi di quel colore blu un po’ inquietante, siamo pronti per godere del giusto riposo. Un po’ di stretching e una sciacquata al viso nei “famosi” bagni del Gnifetti (per la verità migliorati rispetto a quattro anni fa, quando venimmo per la prima volta da queste parti), sistemati gli zaini nella nostra “caldissima” stanza, ed eccoci pronti per mangiare, bere e passare insieme la serata tra una risata, un’analisi delle salite effettuate e i programmi per l’indomani. Moralmente stiamo bene anche se un po’ stanchi, mentre, nel caso del membro più giovane delle spedizione, c’è purtroppo il malessere dovuto alla quota che esplode in tutta la sua forza: mal di testa e nausea sono inesorabili. Nel frattempo, come spesso accade, assistiamo al teatrino di alcuni alpinisti che, agghindati di tutto punto, non fanno altro che vantarsi su chi ha fatto l’impresa più titanica, dimenticando forse che l’andare in montagna dovrebbe essere una pratica per stare bene con sé stessi, con l’ambiente che ci circonda e con i compagni con i quali si è scelto di condividere l’esperienza; su questo punto, per fortuna, tra noi c’è perfetta intesa, visto che è l’unico spirito che anima le nostre esperienze montanare che sono prima di tutto esperienze di crescita e di conoscenza, al di là delle conquiste e dei falsi record che si possono conseguire.
Passa la notte, con un sonno forse un po’ troppo incerto per essere completamente riposante, ma va bene così: sveglia alle 4 e mezza, colazione, zaini pronti, e via alla volta delle altre cime che ci aspettano in questa giornata che si preannuncia “calda” e splendente. Purtroppo partiamo in tre, stavolta il membro più anziano del gruppo non se la sente di proseguire poiché molto affaticato (…l’età comincia a farsi sentire!!), pertanto in un’unica cordata procediamo seguendo la traccia che porta al colle del Lys, assieme ad una moltitudine di alpinisti, molti dei quali diretti alla classicissima Punta Gnifetti. Siamo piuttosto rapidi e sarà l’aria particolarmente fresca di questa alba sul ghiacciaio che ci fa sentire tutti bene e molto carichi.  La salita è agevolata dalla neve dura, anche se in alcuni tratti raggiunge i 35 gradi di pendenza ed accorcia un po’ il fiato. Arriviamo al colle del Lys, ed il sole ci scalda conferendo una di quelle piacevoli sensazioni che difficilmente si dimenticano. Le condizioni meteorologiche di questo secondo giorno sono notevolmente migliori del primo, e la presenza di meno nuvole ci permette una visuale più ampia e nitida del fondovalle nonché un cielo completamente azzurro che rende la salita ancora più emozionante: il panorama che si dipana è veramente suggestivo e ogni minuto che passa prendiamo sempre più coscienza del contesto nel quale ci troviamo. Dal colle, decidiamo di tagliare sulla destra, direzione Ludwigshohe, 4342 metri. La vetta la guadagniamo dopo una piacevole cresta sospesa nell’aria, non difficile ma comunque da affrontare con la dovuta attenzione visto che in alcuni punti le vertigini è meglio non averle. Eccoci in cima, dopo circa tre ore dalla nostra partenza, a contemplare l’infinito. Alcune foto, e riscendiamo alla volta del Corno Nero, la cui ascesa avviene lungo uno scivolo di neve lungo 40 metri la cui pendenza è di 50 gradi. E’ questa forse la parte più delicata dell’avventura di oggi ed allora, per non lasciare nulla di intentato, riposiamo gli zaini alla base dello scivolo per agevolare la salita ed assicuriamo a spalla il primo di cordata. La salita di questo tratto, spettacolare a vedersi, è agevolata dalla presenza di gradoni ghiacciati, che richiedono comunque la dovuta attenzione e concentrazione. Raggiunta la cresta che ci separa dalla Madonnina del Corno Nero, la vera vetta della cima, un vento gelido ci ricorda che, nonostante il sole splendente, a certe quote il clima non è proprio ospitale…. Manca l’ultimo passaggio, una crestina aerea da non sottovalutare. Parte il primo, assicurato, che dopo un paio di passaggi su roccia decisamente esposti, permette agli altri di raggiungerlo passando leggermente al di sotto dello sperone roccioso, in traverso, per sfruttare quel tratto di di neve che garantisce una maggiore tenuta: siamo tutti e tre in vetta ed ora il paesaggio è davvero mozzafiato. Lo spazio ristretto è lo strapiombo da ambo i lati, ci rimanda a quelle immagini che a volte si vedono nei documentari dove, osservando l’angusta cima delle montagne, ci si chiede: ma come fanno a stare seduti lì sopra? Eppure ci si sta, a 4322 metri, e svuotata la mente di qualsiasi pensiero inutile e superfluo, si può godere di una pace interiore davvero appagante.  E’ ora di riscendere, raggiungiamo nuovamente la base e recuperiamo gli zaini per proseguire verso il Balmehorn, ultima cima della nostra avventura sul massiccio del Rosa.
 In discesa raggiungiamo la paretina che ci separa dal Cristo delle Vette, imponente statua sulla cima che saluta ed assiste l’avanzare degli alpinisti in queste zone. L’ausilio di una scala metallica e di una corda fissa ci permette di raggiungere agevolmente la nostra ultima meta, leggermente al di sotto della quale è collocato il Bivacco Giordano, un nido d’aquila a oltre a quattromila metri. Adesso si che il sole ci scalda veramente e, tra una provvidenziale cioccolata ed una sorsata di acqua fresca ci distendiamo sulla roccia in completo rilassamento. In teoria, gli iniziali programmi avrebbero previsto anche la salita alla Punta Parrot ma, soddisfatti, abbiamo deciso di rinviarla al prossimo anno. Nel complesso, infatti, nonostante tutte le cime salite non fossero tecnicamente impegnative (fino al PD+, con passaggi su roccia di massimo II grado), hanno comunque richiesto un passo sicuro ed un fisico allenato e rapidamente acclimatato, oltre che un minimo di esperienza e di capacità di gestione delle situazioni in un contesto che, non va dimenticato, è decisamente severo. E poi come non essere soddisfatti anche e solo per il semplice motivo di trovarsi quassù, a due passi dal cielo?
Riscendiamo verso la capanna, in maniera più agevole del giorno prima, anche se il forte sole e la temperatura elevata, mista alla nostra stanchezza, rendono la discesa faticosa. Giunti verso le 14 e 30, ci ricongiungiamo con il quarto elemento della spedizione e dopo qualche chiacchiera, optiamo per un sonnellino in attesa della cena. Una bottiglia di vino per festeggiare l’esperienza trascorsa insieme, un ottimo pasto da gustare in tutta rilassatezza e poi, prima di andare a dormire, passiamo la serata scambiandoci le reciproche impressioni sull’avventura quasi conclusasi: un bicchiere di amaro alpino è la degna conclusione in grado di conferire un piacevole buonumore.
La mattina seguente la sveglia è più tranquilla, alle cinque e mezza facciamo colazione e sistemati gli zaini partiamo alla volta della funivia seguendo il percorso che porta verso la punta Indren: superiamo il rifugio Mantova, le rocce sottostanti ed eccoci sul ghiacciaio (quest’anno ci è sembrato in migliori condizioni rispetto a quattro anni fa) che precede la stazione. Un camoscio ed uno stambecco ci “salutano” lungo il percorso quasi fosse un arrivederci… Prendiamo la prima corsa, quella poco prima delle otto e, come per la salita, anche la discesa funge da momento di transizione tra la purezza quasi incontaminata delle vette e il mondo degli uomini, passaggio ulteriormente marcato dalla fitta nebbia alzatasi quasi a mo’ di barriera volta a tenere separati i due mondi. Raggiungiamo il fondovalle con la gioia di un’esperienza che portiamo nel cuore, nella convinzione che abbia contribuito a renderci persone migliori e che staccandoci anche se per poco dal mondo materialista nel quale viviamo, confrontati con la scarsità di comodità tipiche della montagna, ci abbia aiutato a focalizzare ciò che veramente conta nella vita e ciò che invece, pur magari utile o piacevole che sia, non può che essere solo superfluo e marginale.
Arrivati alle macchine, levati gli scarponi e riposto il materiale nei portabagagli, lungo la statale della Valsesia ci dirigiamo verso Carcoforo, dove  trascorreremo la giornata di sabato riposandoci e godendoci il lusso di una gradita doccia e di una cena in un ristorante locale. L’indomani, tanto per “sgranchire” le ossa e “rilassare” i muscoli, prima di rimetterci in viaggio alla volta di Roma, passiamo qualche ora ad arrampicare in una falesia immersa nel verde appena sopra il paesino, un posto molto bello e tranquillo che ci permette ancora per un po’ di vivere a contatto con l’ambiente montano. Sono le 13 e 30 ed è ora di ripartire e dopo un giro nella fiera domenicale e l’acquisto di qualche salame locale nonché di una puzzolentissima ma altrettanto buona toma (classici prodotti estivi adatti ai 38 gradi di Roma…), ci scambiamo i saluti mettendoci in viaggio verso la pianura.
Ci congediamo da queste imponenti montagne, con la consapevolezza che non si tratterà di un addio ma solo di un arrivederci alla prossima avventura.