Le luci dell’Etna

E normale, o meglio come da programma, è l’escursione che faremo per raggiungere la sommità del vulcano laddove, come un camino d’inverno a pieno regime, il fumo esce costante dal cratere e laddove tutti i partecipanti, allenati e meno allenati, sono chiamati ad una notevole prova psicofisica. Il dislivello, infatti, è di 2200 metri e le ore di cammino sono tante, specie per un gruppo di 31 persone che vuole arrivare compatto in vetta. La bellezza dell’Etna sta nell’essere una montagna grande, nella quale sono racchiusi diverse tipologie di paesaggi e microclimi; da dove partiamo noi, il versante sudest che guarda alla cittadina di Adrano, fino ai 1400 metri è un alternarsi di ginestre e splendide querce sempre verdi, oltre all’immancabile roccia vulcanica figlia di colate antichissime che si perdono nei secoli; dai 1400 ai 1900 metri, sono protagoniste imprevedibili conifere, dal profumo fresco ed inconfondibile che rimanda a paesaggi alpini; oltre i 2000 metri, lava e solo lava, roccia e solo roccia, il sangue rosso del vulcano solidificatosi nei millenni, nei secoli e negli anni, un paesaggio che più si sale e più diventa lunare ed inospitale.

Siamo pronti, sono le ore 15,30 di domenica 9 agosto e si parte con gli zaini carichi dell’attrezzatura necessaria ad affrontare una lunga escursione comprensiva di bivacco notturno ed ascesa ad oltre 3000 metri, dove anche ad agosto la temperatura è piuttosto rigida. Il sentiero in questa prima parte è lungo e un po’ monotono, ma fortunatamente si sviluppa per lo più nel bosco, mentre l’aria è calda ma senza esagerazioni e le soste sono rapide per non spezzare il ritmo e per guadagnare soprattutto quota, visto che vogliamo bivaccare intorno ai 2700 metri. Ecco allora che la prima vera pausa la facciamo al rifugio della Galvarina, poco sotto i 1900 metri, alle pendici di quella che rappresenta la “pettata” di oltre 1300 metri che porta alla vetta. Il morale è alto, si scherza e si ride tra un esercizio di stretching ed un frutto rinfrescante, d’altronde il “bello” deve ancora venire anche se, a dire il vero, le due ore e mezza di cammino quasi incessante si fanno sentire soprattutto per chi è reduce da recenti problemi fisici.

Sono le 18,30 e siamo pronti ad “attaccare” la parte più dura; la sosta, più lunga del normale, è stata necessaria per ricompattare il gruppo numeroso che d’ora in poi proseguirà senza tre componenti che a causa di una forma fisica non ancora ottimale preferiscono fermarsi ed aspettarci fino al nostro ritorno. La linea di salita, anche se non è “ufficialmente” tracciata su alcuna cartina sentieristica, la conosciamo bene e sfrutta i pendii meno marcati della montagna lungo creste interminabili di pietra lavica che, a volte instabile e tagliente, ricorda, come se la fatica da sola non bastasse, che essere attenti e lucidi è il miglior modo per non cadere e sprecare preziose energie. La fila del gruppo è lunga, un serpentone che a passo cadenzato sale inesorabile, mentre tutto intorno i colori dell’imbrunire tinteggiano il paesaggio ed un vento fresco ci rammenta che a 2400 metri, anche se in Sicilia ed in profonda estate, è sempre opportuno essere bene attrezzati. Un’ultima rapida sosta e dallo zaino tiriamo fuori le lampade frontali per dare inizio a quella che sarà la danza notturna di luci sull’Etna. Il passo di chi è in testa al gruppo è volutamente rallentato, mentre in coda, a sostegno di chi è maggiormente in difficoltà, ci sono parole di conforto ed incoraggiamento che, in pieno spirito cameratesco, aiutano a proseguire dopo tante faticose ore di cammino. Ormai la notte è calata e una linea di luci procede ondeggiando, in attesa che la luna faccia la sua comparsa oltre la montagna. Lo spettacolo è suggestivo, quasi trenta uomini compongono una fila lunga e compatta, in cui ognuno è concentrato sui propri passi, ascolta il respiro affannato, avverte i battiti del cuore come mai li ha sentiti prima. Manca poco, è quasi giunta l’ora del meritato riposo, del bivacco notturno che per molti è un’esperienza assolutamente nuova. Siamo a 2700 metri, il vento soffia e rinfresca rapidamente i nostri indumenti bagnati di sudore; sono passate le 22 e rapidamente, lungo dei “comodi” canali sabbiosi, prepariamo i terrazzamenti sui quali stendere i sacchi a pelo e riposare per le poche ore che ci separano dalla sveglia, programmata per le 3.00. Alcuni mangiano qualcosa, i più stanchi neanche il tempo di bere un sorso d’acqua e già sono distesi alla ricerca di una posizione per dormire. Stiamo bene e siamo contenti di vivere un’esperienza unica in cui ognuno è chiamato a confrontarsi con se stesso, forzando la parte più pigra del proprio carattere per tirare fuori lo spirito di avventura e di adattamento, scoprendo come il proprio corpo sia dotato di risorse che, stante la vita borghese che per buona parte dell’anno conduciamo, appaiono sopite, educando la propria mente a non disperdersi in pensieri scomposti che insorgono durante condizioni di fatica e sofferenza. La bellezza di questi momenti sta nel mettersi in gioco, nel verificarsi, nello scoprire di quanta virtù siamo dotati. La notte è ormai fonda e abbandonati gli iniziali propositi di fumarsi una sigaretta, ci infiliamo nel sacco a pelo, tutti imbacuccati col solo spiraglio necessario perché gli occhi contemplino il mare di stelle sopra le nostre teste. Ecco le altre protagoniste di questa notte unica, le stelle infinite che ci sovrastano, altre luci dell’Etna che mai come stasera sono splendenti. Ma non sono le sole, visto che sotto di noi ci sono quelle della pianura, le luci di Catania, dei paesi etnei, di Siracusa, tante lanterne vibranti come si conviene quando c’è il vento che spira. Tuttavia tra non molto entrerà in scena la vera protagonista, la signora della notte, la luna che, quasi piena, ci accompagnerà lungo la parte finale della nostra ascesa. Abbiamo 4 ore a disposizione, nelle quali anche se non tutti riescono a dormire ci si riposa in vista dello “strappo” finale. Nell’aria fresca, facendo un calcolo approssimativo secondo la temperatura registrata dai nostri orologi siamo intorno ai 6/7 gradi, si avverte l’odore di zolfo proveniente dal vulcano, quel “profumo” inconfondibile che caratterizza questo luogo, come quando si entra in chiesa e l’odore di incenso pervade l’aria.

Suona la sveglia, sono le 3 e in circa mezz’ora il gruppo e pronto per ripartire; infreddoliti e assonnati rimettiamo lo zaino in spalla, ricomponiamo la fila e dopo aver spento le luci frontali, ci incamminiamo nella notte assistiti dalla luce della luna che, tranquillamente, ci permette di scorgere la strada di salita migliore. Quota 3000, dopo circa un’ora e mezza siamo sotto i coni sommitali del vulcano, laddove un grosso altipiano di sabbia e lava solidificata ha fatto pensare a molti che lo sbarco dell’uomo sulla luna sia una messa in scena girata da queste parti, una storia inventata dagli Stati Uniti in piena “guerra fredda” con l’Unione Sovietica… chissà, effettivamente lo scenario sarebbe perfetto. Gli ultimi 200 metri procedono lenti, ma con le prime luci dell’alba ormai all’orizzonte, raggiungiamo il cratere centrale, quell’immenso cono naturale sul quale, complice il forte vento di nord che spinge il fumo nella direzione a noi opposta, riusciamo a sostare per ammirare questo incredibile spettacolo. I nostri piedi calpestano la terra sabbiosa, il nostro naso respira l’acre odore di zolfo che proviene dalla viscere infuocate, il nostro corpo è sbattuto da un forte vento di maestrale, i nostri occhi scorgono il mare che bagna la costa tirrenica da un lato e quella ionica dall’altro. Siamo in perfetta sintonia coi quattro elementi, siamo in armonia con la natura e i nostri cuori, affaticati per tante ore di salita, sono colmi di quella sensazione di felicità che assomiglia tanto ad una leggerezza dell’essere. I ventotto componenti del gruppo sono tutti qui, ognuno a congratularsi con l’altro per la bella esperienza ed ognuno, dai più giovani in vetta per la prima volta ai più anziani ormai veterani, è stanco ma felice. Il sole è ormai sorto e l’ombra dell’Etna è un immenso cono che si protende sulla piana sottostante, la sagoma di un gigante che non dorme mai e che ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, quanto l’essere umano è nulla rispetto alla trasbordante potenza della natura.

Si scende giù  dritti, con passo svelto lungo i canali sabbiosi che permettono di perdere quota facilmente e con rapidità raggiungiamo nuovamente il rifugio della Galvarina dove ci sono i nostri amici ad attenderci. Ci fermiamo per oltre un’ora, ormai la tensione si è allentata e le gambe, anche per i più allenati, sono affaticate. Si intona qualche canto, c’è chi si riposa sdraiato sui muretti di pietra lavica, chi gioca con un simpatico bastardino (ribattezzato il “cane dell’Etna”) e chi cura le proprie vesciche sotto una fonte di acqua freschissima, altri ancora sono intenti a gustarsi la parte di cibo conservata per il ritorno. Ormai ci siamo quasi, abbiamo ancora due ore di cammino che ci separano dalla nostra base di partenza a quota 1100 metri, laddove un bel bicchiere di vino rosso ed una birra rinfrescante sono pronti a “carezzare” le nostre ugole assetate.

Il viso è provato dalla stanchezza e gli abiti sono sporchi e pieni di polvere, il passo per alcuni è abbastanza malandato e le spalle sono indolenzite dal carico dello zaino. Ma gli occhi sono tutt’altro che spenti: raggianti, luminosi, sono vivaci come quelli di un bambino che vive un’emozione forte che ricorderà per tutta la vita. Sono occhi pieni di luce, di quella stessa luce che nell’oscurità dell’ascesa notturna, ci ha permesso di raggiungere la vetta e salutare il sole del nuovo giorno. Sono gli occhi che hanno conosciuto per la prima volta le luci dell’Etna, splendenti e tremolanti, ora bianche, gialle e rosse, le luci sopra le nostre teste e le luci sotto i nostri piedi, le luci di ventotto lampade frontali che inesorabili hanno solcato la montagna in una notte di inizio agosto. Una frase celebre ritorna alla mente:

“Invece che maledire il buio, è meglio accendere una candela”, diceva Lao-Tze.