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Vetta occidentale del Corno grande, cresta Est-SudEst 2912 m. s.l.m.

 AD+, passaggi fino al IV+, 360 metri di sviluppo (10 tiri totali). Accesso da Campo Imperatore, totale A/R 9-10 ore

Non capita spesso di sentire la musica latino americana a Campo Imperatore fino alle 11 di sera, ma anche a questo ormai bisogna abituarsi. Siamo all’ostello, perché l’indomani mattina si parte per la cresta sud est del Corno Grande, via di salita che da un po’ abbiamo programmato. Ci sono le condizioni adatte, il tempo sarà buono almeno fino al pomeriggio e noi come al solito siamo ansiosi di confrontarci con la roccia dell’Appennino, stavolta con quella di sua maestà il grande Corno, meno bella ma non per questo meno interessante della più compatta del Corno Piccolo.

Rapida colazione e si parte: due cordate da due componenti, rinvii, friends, dadi, fettucce, cordini, moschettoni e quattro mezze corde negli zaini. La giornata sembra calda e saliamo lungo il sentiero facendo parte dell’“orda umana” che il fine settimana assalta la vetta più alta dell’Appennino: il primo tratto è per tutti in comune lungo la normale, al bivio segnalato pieghiamo in direzione del “famoso” sassone, punto di riferimento per coloro che generalmente procedono per la direttissima alla vetta occidentale. Siamo in tanti e tra questi molti si fermano a godere dello splendido panorama che si ha del lato orientale della catena del Gran Sasso. Rapida pausa e giù in direzione del bivacco Bafile, spettacolare nido d’aquila riconoscibile per il suo inconfondibile colore rosso. Il sentiero è ben tracciato e tra sfasciumi di roccia ci dirigiamo verso delle evidenti rampe che indicano l’attacco della nostra via. Mentre saliamo ci accorgiamo che altre due cordate ci faranno compagnia lungo salita; poco male, poteva andare peggio visto l’affollamento di mezz’ora fa! Stiamo bene e come al solito siamo pronti e motivati per una nuova avventura, a quasi un anno di distanza dalla prima esperienza alpinistica dalle parti del Gran Sasso. Abbiamo con noi delle relazioni tratte da internet, le quali si riveleranno un valido aiuto che va comunque sempre verificato, poiché spesso risentono di valutazioni eccessivamente soggettive. Mentre prepariamo gli imbraghi e ci leghiamo, siamo distratti da un povero escursionista intento prima ad osservare e poi a rincorrere il suo zaino rotolare giù per un canale ripido; il proprietario distratto ma tenace, alla fine lo recupererà non senza fatica, accompagnato da un applauso liberatorio e un po’ ironico degli amici in sua compagnia.

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GAETA, Via dello spigolo sviluppo 120 metri: 5c, 4c, 5a, 5b, 5a

 E’ una mattinata calda di giugno e per quattro dei cinque partecipanti, è la prima scalata al livello del mare. Siamo a Gaeta, sito balneare tra il Lazio e la Campania e l’odore di aria salmastra rende strano, per noi aspiranti alpinisti, l’arrampicare senza le rocce e il verde sotto i piedi, ma con il blu intenso del mare che spumeggia infrangendosi sugli scogli. Ci accingiamo a salire la classica VIA DELLO SPIGOLO che, come dice la relazione che abbiamo, è una via ben protetta ma, ovviamente, non siamo in falesia dove gli spit sono ravvicinati e quindi, se qui si vola, i metri di caduta possono essere molti. Per giungere all’attacco della via non seguiamo un sentiero, come normalmente si fa in montagna, ma, è una delle particolarità di questo luogo dall’indubbio fascino paesaggistico, ci caliamo dall’alto con una serie di corde doppie che ci porteranno su una cengia a pochi metri dal mare.

L’attacco si presenta subito non facile: è una placca con pochi appigli e per lo più viscidi (in gergo unti), il che aumenta almeno di un grado questo passaggio quotato 5c. E’ la “miscela” salsedine e continuo passaggio degli arrampicatori a rendere gli appigli così scivolosi e l’insicurezza che trasmette la placca richiede al primo di cordata un’attenta concentrazione. Vinta la placca dobbiamo affrontare un ostico traverso, viscido anch’esso al punto che neppure l’abbondante utilizzo della polvere di magnesite evita che le mani scivolino dalle prese di roccia. Arrampicare in queste condizioni è un’esperienza a tratti snervante, ma utile per tutti sicuramente per concentrarsi e non perdere la pazienza. E’ questo uno dei pregi formativi dell’arrampicata! Sapersi dominare ed essere padroni del proprio corpo e della propria mente.

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Siamo tutti un po' cambiati

Racconto dell’ascesa alla via della virgola – Corno Piccolo - prima spalla 28-29/6/08

 

La sveglia è puntata alle cinque, una frugale colazione e si parte per l’appuntamento con tutti gli altri.

Sono le sei e trenta, partiamo da Roma con l’auto carica e l’emozione di chi affronta per le prime volte una via d’arrampicata.

L’obbiettivo è di vincere la via della virgola, alla prima spalla del corno piccolo.

Siamo in quattro e formiamo due cordate, l’inesperienza non ci fa pensare che è sempre consigliato portare una relazione della via che si vuole affrontare...Cominciano i primi problemi prima ancora di avere iniziato a mettere le prime mani sulla roccia. Dov’è l’attacco? Dopo esserci confrontati fra noi decidiamo che l’attacco non può che essere lì, un cammino facile, di secondo grado massimo. Ci si imbraga, si decide chi salirà da primo, e via: l’esperienza ha inizio.

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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

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Gruppo Escursionistico Orientamenti

pp. 22, € 4