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La morte sospesa

Scrivere del film "La morte sospesa" non è affatto facile. Farlo per chi va in montagna lo è ancor meno. Il film è avvincente, caldo, agghiacciante. E’ il racconto in prima persona di ha combattuto “la morte sua”, di chi ha combattuto per la sopravvivenza. E’ la ricostruzione di una spedizione alpina in Perù, per la conquista del Siuta grande, al tempo vetta inviolata. Joe e Simon sono inglesi, giovani e belli, hanno voglia di conquistare il mondo e l’ambizione che li precede di un miglio, aspirano a entrare nella storia. La scalata per espugnare la cima non riserva grossi intoppi, il tutto riesce bene anche grazie alla buona sorte. Quest’ultima però nella discesa, sembra voltar le spalle ai due protagonisti. Il ritorno a valle infatti, risulta una partita con la morte. Corde rotte, gambe rotte, ghiaccio rotto. Il film tiene attaccati allo schermo per tutte e due le ore. Impossibile, si pensa, che si salvino.

Eppure a volte, la ferrea volontà conta più d’ogni altra cosa. Questo racconto ce lo dimostra, ne è la conferma. Chi vuole raggiungere un obiettivo, rimboccatesi le maniche, può raggiungerlo. I giorni passano, le forze mancano, la strada ancora da percorrere è tanta, lungo il cammino si lasciano chili, speranze e ricordi. Eppure Joe cammina. Lo farà a lungo. “La morte sospesa” è un racconto di montagna e d’amicizia, di vita e di morte, di vittoria e sconfitta, di passione e speranza. Un film che dimostra che le paure possono esser vinte, che gli ostacoli più alti possono essere superati, che la morte, a volte, può aspettare un altro giorno.

 
Riccardo Cassin
 Di origine friulana, dal 1926 vive a Lecco e si forma come alpinista intorno al 1930 sulle guglie delle Grigne.
Fu certamente una delle figure più importanti dell'alpinismo dell'epoca del sesto grado, prima della Seconda Guerra Mondiale. Probabilmente la lista delle sue prime ascensioni non ha eguali, avendo risolto, grazie alla sua tenacità e decisione, i maggiori problemi alpinistici dell'epoca, sia sulle Dolomiti sia sulle Alpi Occidentali. Il 1934 e il 1935 sono gli anni del grande alpinismo dolomitico di Cassin. Nel 1934 compie la prima ascensione delle Piccolissima delle Cime di Lavaredo. Nel 1935, dopo aver ripetuto la grande via di Emilio Comici sulla parete nord-ovest della Civetta, scala il fantastico spigolo sud-est della torre Trieste e, con Vittorio Ratti, apre una via di estremo ardimento sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, impresa ambitissima dopo che nel 1933 i cortinesi Angelo e Giuseppe Dimai e il triestino Emilio Comici avevano salito la Nord della Grande.
Nel 1937 Cassin sposta la sua attenzione al granito delle Alpi Centrali. In tre giorni, funestati dal maltempo, compie la prima salita dell'enorme parete nord-est del Pizzo Badile assieme a Ratti ed Esposito ed alla cordata dei comaschi Molteni e Valsecchi, che moriranno di sfinimento lungo la discesa. Anche questa via oggi è famossissima e frequentemente percorsa.
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

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