L'eroe inconsapevole


Come si fanno a raccogliere le fila di una vita? Come si riescono a trasmettere i pensieri per un uomo buono che non abbiamo conosciuto personalmente? Bastano le nostre sensazioni o le nostre intuizioni? Raccogliere quello che un uomo giusto ha seminato nella vita, crediamo sia un gesto di riconoscenza e gratitudine nei suoi confronti. Addentrandoci nel vasto mondo dell’alpinismo, tra i numerosissimi “pionieri delle vette”, ci siamo inizialmente affascinati dei personaggi storici più famosi, come Malory, Sir Hilary, Harrer, Bonatti, Messner, Kammerlander, ma nonostante le grandi e valorose esperienze di costoro, uno su tutti ci ha fatto sentire più vicini alla montagna: Anatolij Bukreew. Da subito ci ha colpito, quel suo “stile alpino” costruito esclusivamente su una preparazione fisica ed interiore, quella semplicità d’animo, quella sensibilità e quella predisposizione all’impegno per una passione che, nel caso di un alpinista, si chiama montagna.

Nato il 16 gennaio 1958 nella Russia Sovietica da una famiglia che riesce a vivere a stento, “Buka” (in russo “taciturno”) come verrà soprannominato in seguito, cresce nel piccolo paese degli Urali, Korkino famoso per le numerose cave di carbone sfruttate da Stalin e dalla sua dittatura. Come per tutti i russi di quel periodo vivere non è facile e anche Anatolij nasce e cresce in una famiglia dove il solo riuscire a mangiare si rivela difficile. Durante l'infanzia soffre di due malattie comuni tra i bambini della zona e fino all'età di ventun’anni di una forma di ipertensione dovuta a nefrite che gli causa forme allergiche che si tramutarono in asma. Proprio quest'ultima malattia lo metterà a dura prova nelle sue esperienze future, tanto che prima di ogni spedizione adotterà l'abitudine di essere sottoposto a visite costanti. All'età di dodici anni, per Bukreew ha inizio la svolta che gli cambierà la vita. Frequentando le scuole conosce Tatjana Retunskaja, docente ed amica, la quale lo incoraggia allo sci alpinismo, uno sport per il quale il suo fisico è perfettamente adatto e nel quale ottiene immediatamente successi. Tuttavia, sin da piccolo Anatolij è un tipo silenzioso e taciturno, disponibile specialmente con le persone gentili e semplici. Così la sorella Irina descrive suo fratello: “Quel bambino, da adulto si accontentava per l'occasione di due camicie, che lavava a mano di volta in volta; restituiva puntualmente il denaro avuto in prestito e dopo una sfibrante giornata in montagna ti offriva la porzione più grande del pasto che aveva cucinato”. Essendo l'alpinismo uno degli sport nazionali, Anatolij riesce con facilità a praticare l'attività alpinistica. “L'alpinismo sovietico vantava cinquant'anni di storia di tutto rispetto. Negli anni '50 gli ottomila metri del mondo erano inaccessibili quanto lo spazio interstellare e l'Everest, come altre grandi vette, sfidava l'immaginazione degli alpinisti di ogni nazione. Era anche difficile praticare l'alpinismo di alta quota: gli americani, gli europei e gli inglesi dovevano compiere lunghi viaggi per trovare una montagna che superasse i cinquemila metri. I sovietici invece erano geograficamente avvantaggiati: segregate dietro la cortina di ferro, tra le infinite catene del Pamir e del Tian Shan, sorgevano numerose vette di oltre seimila metri e cinque giganti che superavano i settemila”. Bukreew non fuma e beve pochissimo, si allena quotidianamente e cerca di migliorare la sua forma fisica e spirituale costantemente. Entrato nella scuola militare sportiva di Alma-Ata l'allenamento che deve sopportare è durissimo, in alcuni casi addirittura brutale. Il test peggiore, ad esempio, è una corsa a passo di jogging in una camera di compressione, la cui atmosfera viene progressivamente modificata per simulare la condizione degli 8500 metri.

 Nel 1989 per Bukreew si presenta l'occasione di entrare nel teatro dell'alpinismo mondiale. Viene prescelto, insieme ad altri ventisei connazionali, per una spedizione himalayana: la salita del Kanchenjunga. Nell'ascesa, dei ventisei uomini partiti, solo Anatolij e altri 8 uomini riescono a raggiungere la vetta centrale. Tornato in patria, viene insignito della “spilla d'oro del Maestro onorato in sport internazionali”. Nel frattempo, la notorietà di Bukreew sale e l'americano Beth Wald vuole che Anatolij sia inserito nella spedizione per il McKinley. In questa occasione Bukreew, non solo riuscirà a raggiungere la vetta insieme ai suoi amici ma, non contento, ripeterà l'ascensione in solitaria pochi giorni dopo. E' l'ottobre del 1990 e la rivista americana “Climbing”, riporta la salita in solitaria compiuta in sole dieci ore e mezza: è la salita più rapida mai effettuata su quella montagna ed i ranger del parco nazionale del Denali alla lista di aggettivi usati per descrivere la spedizione, aggiungono la parola “irreale”.

Battuto il record di ascensione sull'Elbrus nel Caucaso, Anatolij è invitato in Nepal per la scalata della montagna più alta della terra, l'Everest, coi suoi 8.850 m. Partito per Katmandu nell'ottobre del 1991 insieme alla spedizione russo-americana, Bukreew vuole battere il record di salita del francese Marc Batard di ventidue ore e mezza ed è convinto di potercela fare. Purtroppo, come saggiamente riferirà successivamente, “è l'Everest a decidere chi arriva in cima e chi no!”. Nonostante il tempo faccia abbandonare tutte le spedizioni presenti, Anatolij riesce ad arrivare a quota 8000 e lì, a causa di un “muro di vento”, deve abbandonare la salita. Per Bukreew è una vera lezione ma ciò nonostante, continuano a fioccare inviti per le spedizioni himalayane sulle “grandi montagne” ai quali Anatolij, avendo messo la montagna al centro della sua vita, è felicissimo di partecipare. Nell'estate del 1993, grazie al tedesco Reinmar Joswig, gli viene proposto il tentativo alla cima del K2 e dopo la delusione del mancato successo sull'Everest, per Bukreew si presenta il possibile riscatto, un riscatto che purtroppo costerà caro. Dopo un'ascensione descritta come una delle più impegnative della sua carriera, nella discesa dei cinque compagni di scalata tre troveranno la morte, tra cui lo stesso Reinmar. Anatolij riferirà, nonostante il successo del raggiungimento della vetta, di non provare nessuna gioia per quella impresa.

Successivamente, sempre grazie alle conoscenze americane, Bukreew scala in sole undici ore il Makalu e a tal proposito riferirà: “Prima di me nessun russo aveva scalato quella vetta. Non sono salito sul Makalu per diventare popolare” in quanto “nel mio paese l'alpinismo non è uno sport popolare”. Nel 1995, grazie all'esperienza “d'alta quota” accumulata, a Bukreew viene offerto di partecipare a delle spedizioni commerciali, nelle quali si deve fare in modo che “facoltosi” clienti arrivino in vetta nella maniera meno complessa possibile. Grazie a questo suo nuovo lavoro di guida, oltre ad aprirsi nuove porte nell'ambiente alpinistico, Anatolij riesce a racimolare diverso denaro. Concluse le spedizioni commerciali, durante il ritorno per le caotiche strade di Katmandu, un incontro fortuito con dei vecchi amici georgiani gli permette di ricevere la proposta per unirsi alla scalata del Dhaulagiri e, come sempre, l'amore di Bukreew verso la montagna gli impedisce di rifiutare. Anche qui Bukreew lascerà tutti a bocca aperta: delle 24 ore da lui stesso previste al campo base per arrivare in vetta, ne impiegherà soltanto 17!

BukreevDopo una stagione intensa, è tempo per un breve periodo di pausa nella capitale nepalese. Un giorno, passeggiando nel centro di Katmandu, Bukreew incontra una sua vecchia conoscenza, l’alpinista americano Scott Fischer, divenuto famoso per la sua agenzia di spedizioni commerciali “Mountain Madness”. Da questo incontro, nascerà una nuova ed allettante proposta per Anatolij. Scott Fischer, infatti, lo vuole all'interno della sua organizzazione al fine di permettere ad un gruppo di clienti di scalare la cima più alta del mondo, proponendogli un compenso pari al doppio di quanto guadagnato in tutta la stagione estiva. Bukreew, anche per la  profonda amicizia che lega i due, accetta. La spedizione sarà composta dalla miliardaria americana Sandy Pittman, dalla danese Lene Gammelgaard, da Charlotte Foxe e il suo fidanzato Tim Madsen, da Klew Schoening e suo zio Pete di 67 anni,  infine da Martin Adams e Dale Kruse. E’ l’inizio di quella che sarà ricordata come una delle più grandi tragedie avvenute sull’Everest.

Una volta arrivati al campo base dell'Everest a circa 5000 metri, Anatolij rimane molto colpito dallo stato fisico e psicologico di tutti i partecipanti i quali, a parte Pete Schoening per l’età un po’ avanzata, godono tutti di ottima salute. Per facilitare il processo di acclimatazione, Bukreew e Fischer decidono di affrontare quotidianamente dislivelli di circa 1000 metri, per tornare poi la sera al punto di partenza, in maniera che l’organismo si abitui più facilmente all'aria povera di ossigeno. Anatolij segue con la solita premurosità lo stato di avanzamento di ogni singolo alpinista e se al campo 2 a 6.500 metri la situazione è tranquilla per tutti, al campo 3 Dale Kruse viene colpito dal “mal di montagna” che lo costringe a tornare prima al campo 2 e poi al campo base; solo in questa maniera, infatti, è possibile recuperare immediatamente. Così l'8 maggio 1995 il gruppo lascia il campo 3 per dirigersi a quota 7.300, precisamente al Colle Sud. È in questa circostanza che Anatolij si rende conto che il suo amico Scott Fischer non si trova in ottima salute ma nonostante questo crede nel grosso senso di responsabilità del capo spedizione. E’ la notte del 10 maggio, quando Fischer insieme al capo spedizione di un'altra agenzia Rob Hall, decidono di attaccare la vetta. Bukreew comincia a distribuire due bombole d'ossigeno per ciascun cliente mentre lui, come sempre, non le utilizzerà.“L'aria della notte era così fredda che non potei togliere i guanti per riempire il mio thermos di tè. Lasciammo il campo verso mezzanotte, secondo i piani. Il gruppo di Rob Hall era già partito. Scott fu l'ultimo a lasciare il campo; è consuetudine che il capo spedizione parta per ultimo, per poter osservare da una certa distanza la squadra distribuita sulla via”. Dopo sei ore di marcia, l'unico a non risentire della quota e della stanchezza è Bukreew, mentre il resto delle guide e tutti i clienti appare sfinito. Spetta ad Anatolij, per facilitare ai clienti il passaggio, attrezzare con delle corde fisse la famigerata Hillary Step, il tratto dell'Everest dove viene richiesta non solo forza fisica ma anche capacità tecnica; dopo questo difficile scalino, la vetta è ormai visibile. Tuttavia, la maggior parte degli alpinisti della spedizione Mountain Madness rimane indietro, a tal punto che molti di loro si mischiano con l'altra spedizione gestita da Rob Hall e, come se non bastasse, Bukreew non riesce più a vedere Scott Fischer. Dopo aver atteso l'arrivo di parte dei clienti e averli scortati scrupolosamente fino alla vetta, Anatolij avvista Scott a ridosso della Hillary Step e decide di andargli incontro. Fischer indossa la maschera d'ossigeno segno di una notevole spossatezza ma, nonostante sia più stanco ed affaticato del solito, tranquillizza Bukreew sul suo stato fisico, ordinandogli di correre al Campo 3 a prendere le altre bombole d'ossigeno e le bevande calde da portare al resto della spedizione.

Senza pensarci due volte, Anatolij parte subito per la meta “Se chiesi a Scott il permesso di scendere non fu perchè la ritenevo la scelta più facile per me. Mi sarebbe stato molto più facile restare con il gruppo e continuare ad andar giù lentamente”. Al campo 3, a 8200 metri, il tempo sull'Everest continua ad essere stabile ma incredibilmente, dopo circa 30 minuti, il cambiamento climatico è repentino. Una bufera di neve imperversa sopra di lui e cosa ancor più grave del resto della spedizione non c'è traccia. Anche la temperatura inizia a scendere in modo vertiginoso ma Anatolij continua a cercare per il campo delle bombole di ossigeno da poter utilizzare qualora trovasse dei superstiti. Nel mentre in lontananza appaiono due sagome, sono Lene Gammelgaard e Klew Schoening e versano in uno stato fisico prossimo allo sfinimento. Bukreew si occupa subito di loro facendoli entrare in tenda. “Sandy sta morendo assiderata...corri!”, dice Lene Gammelgaard e nonostante sia ormai buio fitto, Anatolij decide di partire alla ricerca dei “dispersi”. L'impresa è quasi impossibile, senza nessun tipo di riferimento, non vi sono indicazioni su dove siano il resto degli alpinisti, intrappolati ormai nella bufera. Nonostante chieda aiuto in tutte le tende del campo, Anatolij è solo e decide comunque di provare la ricerca ma dopo il primo tentativo di salita, ritorna alle tende per cercare, ancora una volta, di recuperare informazioni che possano fargli raggiungere i suoi clienti. Schoening, con un filo di voce, gli indica di trovare la sella rocciosa e di ridiscenderla. Anche Bukreew però è allo stremo delle forze ma nonostante le sue membra siano sfinite, decide senza pensarci un secondo di ripartire alla ricerca. Grazie ad un’immensa fede, Anatolij riesce a trovare i dispersi: Tim Madsen, Sandy Pitman, Charlotte Fox e distante qualche metro Yasuko Namba della spedizione di Rob Hall, presentano una situazione che da subito appare molto grave. La distanza che li divide dalle tende è di solo 400 metri e Anatolij, dinanzi alla incapacità della Fox a camminare, decide eroicamente di trascinarla fino alle tende. Lo sforzo è sovraumano ma come se non bastasse il caucaso decide di ripartire subito per salvare gli altri. Per quanto riguarda Yasuko Namba, purtroppo Bukreew crede che sia morta e soltanto il giorno successivo si accorgerà che non è così! “Presi un'altra bombola d'ossigeno da uno dei nostri sherpa e salii di nuovo. Quando arrivai, Sandy ragionava un po' di più. Yasuko giaceva ancora immobile lì accanto, senza dare segni di vita. Mi concentrai su Tim e Sandy; non avendo altre bombole d'ossigeno era insensato pensare di aiutare qualcun altro. Erano passate le quattro del mattino. Sandy non riusciva a reggersi sulle gambe; la sollevai, portandola quasi di peso, con i piedi che trascinavano sul terreno. Usando l'altra bombola d'ossigeno che avevo portato, Tim potè muoversi da solo, ma era più lento di noi. Dimostrò un grande coraggio, cercando di non rimanere indietro. La sua forza era stupefacente, considerando che era la prima volta che saliva in alta quota e che non era ben acclimatato. Faticando per circa mezz'ora riuscimmo a raggiungere le tende. Aiutai Sandy e Tim a liberarsi dell'attrezzatura e Chiesi a Pemba di portare a tutti del tè caldo”. Fuori dalla tenda incombe la tempesta e diversi alpinisti, tra cui Scott Fischer, non sono rientrati al campo. Anatolij non riesce a muovere un muscolo, lo sforzo affrontato per soccorrere i suoi clienti è stato eroico. La mattina successiva il resoconto è terribile. Schott Fischer, raggiunto da alcuni sherpa accorsi in suo aiuto, nonostante la quota e la notte all'addiaccio viene trovato ancora appeso ad un filo di vita ma purtroppo, nonostante gli aiuti, morirà sul posto. In quell’atroce maggio del 1996, l'Everest tratterrà con sé Andy Harris, Doug Hansen, Rob Hall, Yasuko Namba, Schott Fischer, Ngawang Topche Sherpa, Chen Yu-Nan, Bruce Herrod e Lopsang Jangbu Sherpa. Per Anatolij lo shock è terribile. La perdita di Scott è per lui una ferita inguaribile e, come se non bastasse, mentre tutto il mondo alpinistico chiede spiegazioni su come sia potuta accadere una tragedia simile, i mass-media prendono di mira i superstiti della spedizione.

 Anatolij decide di scalare il Lhotse e subito dopo di trascorrere una vacanza in America assieme alla sua amica e compagna. I giornalisti tampinano Bukreew per avere informazioni più dettagliate sull’accaduto visto che la cronaca dell'Everest 1996 si mostra, in particolar modo negli Stati Uniti, un vero “caso”. Infatti, non solo i “salotti” alpinistici dibattono sull'accaduto ma tutta l'opinione pubblica è interessata. Il giornalista americano Jon Krakauer, che in quel maggio 1996 era un componente della spedizione di Rob Hall, scrive un intenso libro dal nome “Aria sottile” che da subito diviene in America e non solo, un autentico best-seller. Krakauer nel suo libro dichiara che una delle responsabilità maggiori è attribuibile ad Anatolij Bukreew, il quale non sarebbe dovuto ridiscendere dal colle sud da solo, abbandonando al loro destino i suoi clienti. Bukreev non riesce a credere come gli si possano muovere queste accuse. Nonostante la dimostrazione di avere eseguito le istruzioni del capo spedizione Fischer, nonostante l’aver portato in salvo tutti i componenti della spedizione per la quale era coscientemente responsabile, la polemica tra i due non ha tregua e l’alpinista russo decide di fornire una sua versione dei fatti con il libro “Everest 1996”. Inizialmente il mondo alpinistico guarda Bukreew in modo scettico, ma grazie alla pubblicazione chiarificatrice ben presto si schiera dalla sua parte.

Tagliate le polemiche, Bukreev decide di ritornare sulle alte cime. Una nuova ed intensa amicizia lo lega al famoso alpinista italiano Simone Moro, col quale di lì a poco deciderà di scalare l’Annapurna. E’ il Natale del 1997 e sarà l'epilogo di uno dei più grandi alpinisti d'alta quota dei nostri tempi: il 25 dicembre Anatolij Bukreew viene travolto e ucciso da una valanga improvvisa.

Al mondo alpinistico e non solo, “Buka” lascerà l'esempio di semplicità e forza interiore e la sua generosità resterà monito per tutte le persone che decidono con spirito di volontà e libertà di avvicinarsi all'esperienza della montagna. “Voglio credere che le strade che scegliamo di seguire nella vita possano non essere condizionate dai problemi economici, dalle battaglie politiche e dalle pecche del mondo esterno, ma che dipendano di più dalla nostra chiamata interiore. Una voce dentro di noi ci spinge verso le montagne, ci induce ad esplorare nuove vie per raggiungere le vette oltre le nuvole. Il cielo insondabile e le cime scintillanti dei monti, con la loro grandezza e il loro mistero, richiameranno sempre quella parte dell’umanità che ama la bellezza. La loro forza magnetica non tramonterà mai. Quel mondo è libero dalla vanità e dalle preoccupazioni meschine della vita che ci impediscono di vivere intensamente il momento presente e oscurano la nostra visione del bello e dell’eterno. Tra le montagne mi sforzo di perfezionarmi fisicamente e spiritualmente. In loro presenza cerco di capire la mia vita, di neutralizzare la vanità, l'avidità, la paura. Esamino il mio passato, sogno il futuro e avverto in maniera particolarmente acuta il presente. A ogni impresa rinasco."

 

 



 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

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