Monti Sibillini

UN RACCONTO DI MEZZA ESTATE
In giro tra i monti Sibillini

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La condizione di uomini moderni, incapaci di ascoltare quello che la natura ha da dire, ci porta raramente a percepire la bellezza, l’armonia, la spiritualità propria di luoghi lontani dal mondo. Siamo convinti che, al giorno d’oggi, questi ultimi si trovino solo negli angoli remoti del pianeta e spesso, leggendo le allettanti proposte turistiche, ci lasciamo ammaliare da paradisi terrestri talmente perfetti da sembrare finzione. Purtroppo però l’equivoco su cui si basa questa convinzione è che la bellezza risieda in posti che sono lontani nel mondo e non in luoghi lontani dal mondo, per cui è necessario spendere molti soldi per raggiungere chissà quale resort sperduto o chissà quale baita dall’altra parte del pianeta. Il che è assolutamente falso.
Da bambino ero affascinato dalla Patagonia, terra lontana a tal punto da crederla abitata da esseri misteriosi e allo stesso tempo terribili, diversi e sovraumani, un’atlantide figlia dell’immaginazione di un bambino di meno di dieci anni. Non c’era giorno che mi ripromettevo che appena compiuta la maggiore età l’avrei visitata, scoperta e magari abitata, come nelle migliori avventure. Compiuti diciotto anni mi sono informato ed ho preso coscienza di quanto fosse impossibile per le mie tasche intraprendere un viaggio del genere… la Patagonia allora è rimasta lì, come l’immaginavo da bambino. Ciò nonostante, Patagonia o non Patagonia, la voglia di scoprire e curiosare in giro c’è sempre stata e con gli anni ha ricevuto una diversa consapevolezza. Ed ecco allora partire alla scoperta dei luoghi vicino casa e in particolare di quelle montagne che si vedono dalla finestra quando fuori c’è tramontana, di quelle ombre dalle forme piramidali che prendono il nome di Appennino. Faggete, rocce, altopiani, valli sperdute ed impervie, eremi, borghi abbandonati, case pastorali, chiese rupestri, tratturi, greggi di pecore e maremmani di guardia e tante cime che, seppure non particolarmente elevate, sono ricche di racconti, leggende, miti, luoghi fermi nel tempo. Il Velino, il Sirente, il Gran Sasso, la Maiella, la Laga, il Cicolano, i Marsicani, sono solo i nomi più noti del meraviglioso mondo appenninico. Oltre a questi vi è sicuramente la zona dei monti Sibillini che, in quest’ultimo anno, come Gruppo Escursionistico Orientamenti abbiamo avuto modo di conoscere.
Arriviamo in Valnerina in una serata calda di metà agosto, consapevoli che domani ci attende una faticosa giornata dalle parti del monte Vettore. Dopo la sveglia, fissata per le 5.30, un improvviso ed inaspettato temporale ci costringe a rinviare l’impegnativa via di arrampicata prefissata e così, dopo una breve consultazione, decidiamo di partire alla scoperta di alcune cime dei Sibillini. Ci sono tutti gli ingredienti per una giornata di trekking in giro per monti, senza orario e senza fretta, il modo migliore per entrare in sintonia con lo spirito del luogo. La zona della Sibilla non tradisce le aspettative, magica e misteriosa come il nome che porta, poco frequentata dalla massa che spesso si riversa in maniera informe e devastatrice. Partendo da capanna Ghezzi procediamo lungo quella che viene chiamata la “strada imperiale”, che nell’alto medioevo da Spoleto, capitale Longobarda, collegava Norcia con Castelluccio, per poi oltrepassare il Pian Grande, superare il valico di Palazzo Borghese, discendere la valle del fiume Aso, il cui nome rimanda a Odino e alle divinità celtiche degli Asi, arrivare nelle Marche in località Montemonaco e terminare ad Ascoli Piceno. La bellezza del luogo è data dal suo essere selvaggio e dal senso di solitudine e di distanza che conferisce, tale da permettere ad ognuno di vagare assorto con l’immaginazione in epoche lontane, al passaggio di cavalieri senza macchia e senza paura o di umili pellegrini diretti verso i santuari o le abbazie presenti nella zona, o semplicemente ai mietitori ed ai pastori di Castelluccio, gente forte che compiva l’annuale transumanza. La fortuna della zona è data dal suo essere sfuggita ai devastanti progetti di “valorizzazione turistica” e di conservare un paesaggio aspro e selvaggio fatto di roccia calcarea modellata da fenomeni carsici e glaciali, con pareti a picco, profonde gole, valli, inghiottitoi, orridi e vaste praterie. Non solo, ma la magia che ammanta questi monti deriva anche dalla ricchezza di leggende che narrano di maghi, fate, streghe, culti esoterici e pagani e dalla religiosità cristiana testimoniata dalla vicina Norcia, terra di San Benedetto. Immersi nel verde, a mezzacosta procediamo lungo il sentiero che suggestivo in un tratto attraversa delle rocce che, come dei severi guardiani, scrutano gli avventori del passo che precede il monte Palazzo Borghese. Con un volo nello spazio e nel tempo l’immaginazione ci porta agli indiani d’america, i quali sembrano nascosti tra quei massi calcarei lungo il nostro passaggio. Raggiunta la vetta di Palazzo Borghese, a quota 2145 metri, abbiamo il tempo di fermarci per un po’ e carezzati dal vento di scirocco meditiamo sul panorama che si apre dinanzi a noi mentre, poco sopra le nostre teste, un falco si lascia sospeso in aria come se volesse mostrarci la sua bravura in un gioco di equilibrio. Abbiamo tempo per goderci il panorama che di fronte a noi si presenta con l’affilata cresta del monte Sibilla, la quale non può non far pensare al Guerin Meschino ed al viaggio intrapreso alla ricerca dei genitori scomparsi, simbolicamente un cammino iniziatico di ricerca di se stesso. Vagando da Gerusalemme a Costantinopoli, fino ad arrivare in Sicilia, il valoroso cavaliere giunge in Italia centrale alla ricerca di una famosa maga che sa tutto e predice l'avvenire. Nonostante i pastori e i sacerdoti delle zone gli sconsigliassero vivamente dal proseguire, poiché molti cavalieri partiti per la grotta della Sibilla non sono più tornati, il Guerin Meschino si arma di fede e di coraggio e da solo, senza scudiero, comincia a salire su per l'erta montagna, difficile e pericolosa. Giunto in cima, valicato un ingresso con sedili di pietra e strani segni incisi sulla roccia, dopo alcune centinaia di metri raggiunge un portone di ferro, al di là del quale un regno incantato con lussi, ricchezze e bellissime fanciulle e su di un trono la malvagia incantatrice Alcina la quale dice di conoscere il nome del padre del cavaliere. In realtà la volontà della maga è di trattenere il cavaliere per un intero anno alla cui scadenza, lo avrebbe fatalmente trasformato in un animale. Ma il Guerin Meschino, valoroso e virtuoso, riesce a resistere non cedendo alle tentazioni e prima della scadenza ad uscire dalla grotta, superando indenne la fatidica prova. Immersi per un po’ nel racconto del cavaliere e nel destino dell’uomo alla ricerca di se stesso, ci accorgiamo che è l’ora di ripartire.
Attraversiamo in alternanza valloncelli e sottili fili di cresta, superiamo il Monte Argentella ed arriviamo alla forca Viola, dove passa anche il sentiero diretto al lago di Pilato, altro luogo carico di storie e di leggende. Si narra, infatti, che Ponzio Pilato sia qui venuto a morire, nel misterioso lago a 1900 metri di altezza sotto il Monte Vettore e nella valle compresa tra il Pizzo del Diavolo, in una cornice paesaggistica di rara bellezza. Superata la forca ci dirigiamo verso la Cima del Redentore, lungo il sentiero che nel tratto di cresta è soggetto ad un forte vento, come se fosse necessario ripulire ulteriormente il cuore delle scorie cittadine che ci portiamo dentro… la condizione per arrivare con il giusto spirito. Siamo in vetta, oltre i 2400 metri di altezza della seconda cima del gruppo e gli orizzonti a questo punto si fanno ancora più vasti. Per un breve momento mi viene da pensare alla Patagonia e alle fantasie da bambino, ma anche ai paradisi artificiali e alle fantasie degli adulti e mi convinco sempre più quanto non serva l’altro capo del mondo per ricercare la bellezza. Siamo a un paio di ore da Roma e siamo fuori dal tempo, col cuore colmo di quella gioia e serenità che solo luoghi come questi possono trasmettere. Si vede quando un uomo è sereno e felice nonostante la fatica e la stanchezza, pronto a recepire quanto quel luogo e quella esperienza possono trasmettere ed osservando i miei compagni di avventura noto dei visi sorridenti e rilassati, anche dopo sei ore di cammino. Immortaliamo gli ultimi attimi in vetta e cominciamo a discendere, per essere in una paio d’ore circa alle macchine. La giornata è stata intensa, ricca di emozioni e di cose su cui meditare. Dopo una breve sosta al fontanile per una pausa rigeneratrice condivisa con alcuni cavalli, siamo pronti per ripartire, consapevoli che oggi per alcune ore abbiamo condiviso una grande esperienza. Sui monti Sibillini, non in Patagonia.

 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

Detto Sioux

Fascicolo

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Gruppo Escursionistico Orientamenti

pp. 22, € 4