Monte Rosa

SALENDO VERSO IL CIELO
G.E.O. e l’ascesa del Monte Rosa

Qualche mese fa, quando decidemmo la salita alla Punta Gnifetti del Monte Rosa, eravamo coscienti che qualcosa di nuovo si stava per determinare. Per una buona parte di noi, infatti, la conoscenza della montagna si è spesso limitata agli Appennini, misteriosi ed affascinanti, vette ed itinerari carichi di storie e di leggende, dai fauni ai briganti, montagne profondamente diverse rispetto alle severe cime alpine che, sporadicamente, abbiamo avuto modo di ascendere. Abitando a Roma, la vicinanza dei più grandi ed importanti massicci appenninici, ci spinge a scoprire con maggiore assiduità questi ultimi. Tuttavia, quando si presenta l’esigenza di verificarsi attraverso nuove esperienze, non ci si può sottrarre al confronto con le Alpi che, rispetto ai più “anziani” Appennini, sembrano esprimere la loro “giovinezza” in quelle forme slanciate verso il cielo, piramidi aguzze, pareti rocciose che fanno rabbrividire al semplice sguardo. Sembra che la loro giovinezza morfologica si esprima nella esuberanza delle forme, molto più affilate e prorompenti rispetto ai più placidi Appennini che, come dei saggi che riposano, hanno sempre e comunque molto da insegnare. Ed ecco allora l’idea della Punta Gnifetti che, generalmente, non viene presentata come una salita con particolari difficoltà alpinistiche, se non l’attenzione che va prestata durante l’avanzamento sul ghiacciaio e la tecnica di cordata (e di eventuale recupero nel caso di caduta) da utilizzare sui relativi crepacci, che impongono le giuste precauzioni, il materiale opportuno (abbigliamento da alta montagna, ramponi, piccozza, imbrago, corda, ecc.) e l’allenamento preparatorio. Una salita a 4.600 metri, infatti, non inizia mai il giorno dell’ascesa vera e propria, ma quando si decide di “lanciare la sfida”, quando ci si imbatte in un’avventura che richiede una preparazione atletica e mentale, in cui gli stimoli difficilmente mancano, ma che comunque vanno gestiti in quanto la voglia di fare non si deve trasformare in strafare, in sopravvalutazione delle proprie potenzialità, in eccessiva ed inutile competizione sportiva. Già in altre sedi abbiamo chiarito quale voglia essere per noi il rapporto con la montagna, con quella parte di universo che se rispettata, amata e conosciuta può permetterci di essere più vicini al cielo come indicava Emilio Comici, grande alpinista degli anni ’30. Ed è proprio questa aspirazione ad avvicinarsi verso l’infinita volta celeste che impone preparazione non solamente fisica, fatta di rafforzamento muscolare, fiato e resistenza, ma anche interiore e ogni volta che saliamo in montagna ne prendiamo maggiore coscienza, dobbiamo esser degni dell’accostamento, umili nella speranza di essere accolti dai geni delle alte vette, col cuore puro, ripulito dalle scorie “cittadine” che appesantiscono e stonano dinanzi all’aria fredda e rarefatta della montagna.
La Punta Gnifetti, dicevamo. Quando abbiamo programmato i quattro giorni da trascorrere in Piemonte, vista la volontà di salire sul Rosa da Alagna Valsesia e non da Gressoney in Val d’Aosta, ci siamo preoccupati di curare il tutto nei minimi dettagli, con una partenza da Roma prevista per mercoledì 28 giugno. Siamo in quattro, tranquilli, sereni, sicuri di essere diretti verso un’esperienza nuova ma soprattutto forte, che richiederà una buona dose di spirito comunitario, visto che a salire sul Monte Rosa non è solamente il singolo componente di cordata ma la cordata per intero, in cui ognuno fa il proprio dovere con responsabilità e con spirito fraterno e di abnegazione. Durante il viaggio lungo l’autostrada, nei momenti di silenzio probabilmente ognuno pensa a quello che vivrà il giorno dopo, giovedì 30, giornata dedicata all’avvicinamento, con sosta e pernotto alla Capanna Gnifetti, quota 3.647. La mattina di giovedì quindi, dopo un adeguato riposo e un’abbondante colazione, prendiamo gli impianti diretti verso Punta Indren. In circa 45 minuti passiamo dai 1.150 metri di Alagna ai 3.260 di Punta Indren e la differenza repentina di quota l’avvertiamo ma senza accusare malessere. Siamo emozionati e sarebbe difficile non esserlo visti gli scenari che già si vanno aprendo. Il tempo è buono, sono presenti nuvole non minacciose e mentre iniziamo l’attraversamento diretti verso il rifugio, ci accorgiamo in lontananza della presenza di uno stambecco, come se il padrone di casa fosse giunto ad accoglierci. Con passo regolare, senza l’utilizzo di ramponi, procediamo lungo il ghiacciaio di Indren, negli ultimi anni notevolmente ritiratosi, che alle volte evidenzia seraccate abbastanza profonde. Non abbiamo fretta e il passo in alcuni casi è volutamente rallentato con delle brevi pause, in modo da permettere al nostro corpo di acclimatarsi in maniera graduale… il giorno prima eravamo a Roma, a quota 0! Per raggiungere la Capanna generalmente si possono seguire due tracce, quella bassa che passa per il Rifugio Mantova collocato circa 150 metri sotto il Gnifetti, oppure quella alta, più diretta. Entrambe sono scavate nella roccia, con la differenza che la traccia alta prevede un breve tratto attrezzato con corda fissa e gradoni di legno. Procediamo lungo quest’ultima, la quale non presenta alcun tipo di difficoltà ed anzi è un simpatico diversivo alla regolare camminata; dopo poco più di un’ora, intravediamo la Capanna Gnifetti, a circa 200 metri sopra di noi. Nel mentre, prende sempre più corpo la consapevolezza di quanto siano lontani i rumori e gli umori cittadini, di quanto spazialmente e temporalmente sia lontana la città e la sua pianura, quanto stoni il solo pensiero di una vita che trascorre all’interno di un agglomerato urbano in cui giorno dopo giorno si consuma un’esistenza orizzontale e priva di senso. Procediamo a passo cadenzato e nei pensieri la città con i suoi problemi e la sua follia collettiva rimane là dove l’abbiamo lasciata, poiché dinanzi a noi ci sono solo vette, roccia, neve, ghiaccio, sole e un cielo che probabilmente così azzurro non l’abbiamo mai visto. L’imperativo in questo momento è vivere il presente, non attraverso una fuga dalla realtà quotidiana che, con i suoi problemi, è per buona parte dell’anno il terreno sul quale si esplica la nostra lotta, ma semplicemente voglia di lontananza, di distacco, volontà di sviluppare una presenza a se stessi. Un’esperienza di questo tipo, infatti, richiede concentrazione ed attenzione poiché l’ascesa è sempre in alta quota ma, soprattutto, capacità di entrare il più possibile in sintonia con la natura di questi luoghi e cogliere ciò che essi comunicano. Ovviamente certe cose non le si vedono con gli occhi, ma solamente col cuore, è un altro vedere, un altro imparare che presuppone una disposizione ad ascoltare ciò che è incondizionato. Come sottolinea Renè Guenon, ci sono cose che “oggi non si vedono più, perché si sono avuti cambiamenti considerevoli nell’ambiente terrestre e nelle facoltà umane” le quali, lo sappiamo bene, non sono più in grado di ascoltare, osservare e tanto meno comprendere ciò che va oltre il mondo fisico. Ogni cosa in realtà rappresenta un meraviglioso mistero, in quanto assieme all’aspetto tangibile, fisico, esteriore della natura, vi è quello più sottile, più grande che deriva dall’essere espressione di una creazione, di un principio vitale, di avere un preciso senso ed una precisa funzione all’interno dell’armonia cosmica. Nel frattempo, catturati da questi pensieri, giungiamo alla Capanna Gnifetti, la quale ci accoglie col suo terrazzo a 3.700 metri che suscita qualcosa di grandioso. Stiamo bene e anche un po’ euforici, consapevoli che il bello deve ancora venire… E’ infatti per il giorno successivo, venerdì 30 giugno, che abbiamo programmato la salita alla Punta Gnifetti, sulla base anche delle ottime condizioni meteo previste. Il pomeriggio al rifugio trascorre bene, notiamo come ci siano alpinisti provenienti da ogni parte del mondo e in particolare ci intratteniamo con due simpatici svizzeri del Canton Ticino che, nonostante l’età, dimostrano una forza ed una volontà esemplari. Abbiamo la consapevolezza che il giorno dopo ognuno dei presenti partirà per un’esperienza che lascerà il segno e nonostante ognuno la viva a suo modo, privilegiando alcuni aspetti rispetto ad altri, alcuni più introspettivi altri solo ed esclusivamente sportivi, c’è una certa solidarietà che si crea tra coloro che condivideranno la notte… ai 3.700 metri della Capanna Gnifetti. Prima delle 22.00 però, ora in cui tutto si spegne e si va a dormire, abbiamo la fortuna di assistere al tramontare del sole e in silenzio contempliamo la maestosità del momento.  (continua)

 



 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

Detto Sioux

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Gruppo Escursionistico Orientamenti

pp. 22, € 4