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Monte Rosa


Alle 4 di mattina del 30 giugno suona la sveglia, dopo la colazione e sistemati gli zaini, ci prepariamo a partire. L'atmosfera è magnifica: non c'è una sola nuvola, la valle illuminata si stende a perdita d'occhio sotto di noi, la volta celeste è stellata come non mai. Tutto questo ci dà la giusta carica per intraprendere l'ascesa. L’aria è fredda ma non eccessivamente, mentre ci sistemiamo i ramponi, ci imbraghiamo per formare un’unica cordata, controlliamo la manifattura del “nodo a palla”, utile nel caso di caduta in un crepaccio. Chi scrive non riesce a trasmettere a parole le sensazioni in quel momento provate, un misto tra tensione ed emozione per il “primo 4.000”, concentrazione e voglia di mettersi in gioco per un’ascesa nuova nel suo genere. Di certo la curiosità di come si reagirà all’altitudine è un pensiero dominante, bilanciato però dalla serenità che in ogni caso, sarà una straordinaria esperienza. Il passo con il quale si procede è lo stesso del giorno precedente, tranquillo e regolare.  La salita si sviluppa con una serie iniziale di dossi per poi procedere con una pendenza abbastanza rilevante; abbiamo il tempo di fare alcune foto e di scambiare impressioni sullo scenario immenso… in lontananza riusciamo a scorgere il Monviso! Oltrepassata la Piramide Vincent alla nostra destra vediamo il Balmenhorn e la sua statua del Cristo delle Vette, alla cui base si trova il Bivacco Giordano, punto di rifugio in caso di brutto tempo improvviso. Nella continua successione di cime compare il Corno Nero, ma soprattutto un caldo e tutt’altro che timido sole che coi suoi primi raggi si estende sul ghiaccio vitreo. Dopo il primo tratto in ombra e con un vento che a tratti si fa sentire, l’arrivo del sole, magnifico, si staglia in un cielo di cui conserveremo per sempre il ricordo. Ci fermiamo per raccogliere un calore che punta dritto al cuore, trasmettendoci serenità e forza d’animo. Per un altro giorno ancora la luce ha vinto sulle tenebre. La “religiosità” di questi momenti ci ricorda come la montagna e la sua ascesa, alpinistica o escursionistica, se vissuta nel giusto modo può rappresentare un luogo privilegiato per contemplare i paesaggi interiori di ognuno di noi, per riscoprire e “dare corpo” a quella vocazione che si esprime nella ricerca di verticalità, attraverso un’elevazione mai solamente fisica ma soprattutto metafisica. E’ voglia di infinito, di orizzonti più vasti, di impegno, fatica e sudore, perché dalla pianura generalmente le vette sono coperte dalle nuvole, fedeli custodi che celano ai più il mistero di cui è carica la montagna. Dopo il sacrificio che un’ascesa richiede, lo splendore della cima è il degno compenso per chi con rispetto e cuore puro, ha deciso di conquistarla. Oggi, anche se non dovessimo riuscire ad arrivare ai 4.556 metri della Punta Gnifetti, ricorderemo sempre a noi stessi di essere stati partecipi, anche solo per un attimo, di queste emozioni, riflessioni e sensazioni, come quando si è attraversati da un soffio divino, fanno sentire leggeri, leggerissimi. Nel frattempo si procede e alla nostra sinistra il Lyskamm, la montagna cara a Julius Evola, si mostra in tutta la sua bellezza con la spettacolare cresta; in lontananza il Cervino ed il Monte Bianco vigilano severi. Proseguiamo lungo la traccia evidente e i crepacci, profondi, sono a debita distanza; la quota comincia a farsi sentire, la avvertiamo per la respirazione accelerata e un leggero mal di testa, ma la fatica è già ampiamente ripagata da orizzonti straordinari. Raggiunto il Colle del Lys a 4.250 metri, intravediamo la vetta con la Capanna Margherita ed accanto la Punta Dufour. Non manca molto all’arrivo, anche se il panorama comprime le distanze e le pendenze; il malessere dovuto all’altitudine si fa sentire con più insistenza. Proseguiamo fino a toccare quota 4.300 e dopo un breve consulto ci convinciamo di non proseguire oltre se non tutti sono in grado di arrivare alla fine. In quattro, uniti da una corda che, oltre il Monte Rosa, ci lega anche nella milizia quotidiana, fratelli nello spirito che vogliono salire in vetta non per alimentare il proprio ego o per poter raccontare al ritorno di “essere saliti sul Monte Rosa”, ma per condividere come unità un’esperienza unica… insieme nel Gruppo Escursionistico Orientamenti. Nonostante manchino circa 200 metri alla vetta preferiamo scendere, con passo rapido. Quando si hanno malesseri insistenti è importante perdere quota. Scendiamo seguendo la traccia dell’andata, siamo contenti, felici per aver vissuto due giornate indimenticabili… soprattutto per aver vissuto intensamente. La vetta può attendere, non è la causa principale del nostro ascendere ed è quel sole, ormai è allo zenith che questa mattina al suo comparire ci ha donato gioia e calore, ad avercelo ricordato. Dopo circa tre ore di cammino e una rigenerante pausa al bel rifugio Mantova a quota 3.400 metri, alle 16.00 giungiamo alla funivia di Punta Indren in tempo per l’ultima discesa.
Si torna a valle rinforzati nello spirito e rigenerati nel corpo, certi che dopo questa giornata, nel nostro cuore, c’è più spazio per la vita, la vera vita. Arrivederci Monte Rosa.
 

         Alagna Valsesia, 1 luglio 2006


In data 9 settembre 2006, un mese e mezzo dopo il primo tentativo, il Gruppo Escursionistico Orientamenti è ritornato sul Monte Rosa. Questa volta, alle ore 12.00 di una stupenda giornata, la bandiera è potuta sventolare sulla cima della Punta Gnifetti, a 4.556 metri di quota. Mai come in questa occasione siamo stati così vicini al cielo…..



 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

Detto Sioux

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Gruppo Escursionistico Orientamenti

pp. 22, € 4