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Etna

 IN CIMA AL VULCANO 
G.E.O. sul Monte Etna, 8 e 9 agosto 2006                                                                       

FOTO

Il giorno dedicato alla salita dell’Etna comincia presto, alle 5:00 siamo tutti giù dalle brande della Comunità agricola di Prato Fiorito, ove siamo stati ancora una volta gentilmente ospitati, e dopo una sessione di ginnastica, ci dedichiamo ad una sana e ricca colazione come la situazione impone. Giusto il tempo degli ultimi accorgimenti per sistemare attrezzature e zaini, dotarsi ognuno della propria ed uguale per tutti, razione di viveri per i prossimi due giorni e d’un paio di bottiglie d’acqua. Sono le 7:00 e si parte, si varcano i cancelli di quella tenuta che avremmo rivisto solo quasi 48 ore dopo.
La salita comincia un po’ 'rumorosa' ma ordinata, segno d’energie in abbondanza che permettono, a chi non ha ancora maturato completamente quella sensibilità, quel rispetto, che dovrebbero contraddistinguere chiunque si approcci alla montagna, di regalarsi qualche battuta e risata di troppo che di lì a breve lo sforzo fisico inevitabilmente impedirà, com’è giusto e naturale che sia. D’altronde non si è in pochi, anzi, siamo quasi in trenta tra membri di G.E.O. ed esterni, e comunque animati da un approccio virile e non rigidamente serioso alla montagna che ci permette a seconda del momento anche di regalarci un sorriso, quale naturale espressione di quel reale sentimento di gioia con cui vogliamo, ogni volta, alla montagna rivolgerci.
Il percorso comincia a richiedere impegno, attenzione, poiché dopo il primo tratto in un piccolo ma fitto bosco, comincia la ‘sciara’ ovvero un sentiero composto da un enorme lingua di pietra vulcanica che a causa della sua recente formazione si presenta molto instabile, poiché segnata da fratture più o meno evidenti che rendono il percorso pericolosamente tagliente.
Il momento della sciara è tutt’altro che breve e lo superiamo, non senza oggettive difficoltà, solo dopo un’ora mentre tutt’intorno a noi alla pietra vulcanica si sostituisce un bellissimo querceto tipico del paesaggio etneo. Enormi querce salutano il nostro silenzioso passaggio dall’alto della loro maestosità, che è tale anche in funzione di quella naturale reverenza che a questa pianta, così ricca di significato, non può che essere concessa.
 Dopo più di due ore la salita si fa sempre più pesante, non solo in funzione della stanchezza che inesorabilmente ognuno di noi sente crescere ma, anche per la temperatura che và alzandosi; la temperatura è infatti sull’Etna un elemento fondamentale, anche pochi gradi in più a differenza di altre vette, sembrano fare la reale differenza in un’ascesa come questa che è caratterizzata per più della metà della sua durata, dalla completa assenza di ripari naturali dal Sole che, come abbiamo avuto modo di provare in Sicilia è tutt’altro che transigente.
Arrivati dopo circa cinque ore dalla nostra partenza al rifugio della Galvarina, situato a 1871 metri, decidiamo di fermarci per il pranzo e quindi per una buona mezz’ora di sana sonno ristoratore.
Dopo la sosta, viene proposta a tutti la possibilità di fermarsi nell’ascesa al rifugio per poi aspettare l’indomani il ritorno di chi avrebbe continuato la salita. Ci guardiamo negli occhi, mentre ripensiamo alla tutto sommato “vantaggiosa” offerta fattaci anche in funzione della reale difficoltà che una vetta del genere presenta per chi, come molti tra i presenti, si trovava per la prima volta di fronte ad una montagna di tale difficoltà. Continuiamo a guardarci, sappiamo quanto gioca l’orgoglio in queste situazioni ma, sappiamo anche quanto coraggio serve per mollare riconoscendo il proprio limite di fronte al “giudizio altrui” e di fronte ad una vetta oggettivamente ardua da raggiungere. L’Etna infatti per via del gran numero di ore che richiede per la sua scalata, e di conseguenza per il grande sforzo fisico, e non solo, che impone è un monte che prova, che verifica, la capacità del singolo di sacrificarsi e quindi la sua volontà, la quale non può limitarsi ad una blanda “voglia” di raggiungere la vetta ma, deve essere invece l’impiego contemporaneo ed armonico delle proprie forze al fine di vincere non solo la stanchezza, e per alcuni versi il dolore fisico ma, anche quella sorta di ‘animalesco’, ed al tempo stesso borghese, istinto di conservazione che ad ogni passo, pesante e via via più doloroso, ci imporrebbe di fermarci, di mollare, di dire a se stessi che quello è il proprio, illusorio, limite impedendoci così di raggiungere per quello che c’è possibile, un pizzico d’Oltre che la montagna può in alcuni casi donare a chi vi si approccia nella giusta maniera.
 Nonostante tutto in blocco la scelta è quella che a nostro avviso, e nel nostro piccolo, risulta la più eroica: stringere i denti, armarsi della propria volontà e riprendere a marciare, come l’esempio di quelle persone un po’ più grandi ci stimola a fare.
Siamo ancora tutti uniti, come alla partenza, e forse ancor più motivati nella volontà di raggiungere la vetta, non in funzione di un’esaltazione titanica o agonistica, bensì per onorare fino in fondo quella personale promessa fatta prima della partenza a sé stessi, di mettersi in gioco e di verificarsi, vincendo quelle resistenze borghesi che la vita moderna genera in noi e che vogliamo, con umiltà, lasciare alle spalle della nostra ascesa.
Nietzsche riferendosi all’Uomo nuovo, ebbe a dire: “ogni conquista della conoscenza richiede coraggio, durezza verso di sé, pulizia interiore…”¹. E’ questo ciò a cui puntiamo nella conquista di una vetta, a scoprire in noi, come alla fine di un faticoso viaggio finalmente giunto al suo epilogo, una parte della nostra interiorità che non ci aspettavamo o che non conoscevamo affatto, e che solo con l’esperienza della montagna, con coraggio e durezza verso di sé, abbiamo avuto modo di scoprire.
Chi si approccia alla montagna in un modo che si discosta da quella che a nostro avviso è la vera Via della montagna, non potrà mai cogliere la vera essenza della montagna e tanto meno ricevere da essa un beneficio che non sia il bel paesaggio o l’aria pulita della vetta, e che è il semplice contorno di un’esperienza dall’essenza, per noi, realmente meta-fisica.
Dopo la sosta riprendiamo la nostra marcia, mentre il fitto bosco di querce lascia il posto prima a piccole piante ed arbusti, e poi al tipico paesaggio “lunare” etneo. Questo paesaggio unico lascia sicuramente un forte ricordo di se in chiunque vi venga a contatto, con la sua quasi totale assenza di vita ed un colore assolutamente unico, è sicuramente il contesto perfetto ad una salita che impone durezza , severità verso se stessi ed una virile volontà.
L’ascesa continua intervallata da brevi pause rese necessarie non solo per riprendere il fiato rotto dalla salita ma, anche per permettere al folto gruppo di ricompattarsi senza lasciare nessuno indietro. La montagna è appunto anche questo, uno sguardo al fratello che ci è davanti per raccoglierne l’esempio seguendone il passo, ed un occhio dietro di sé per tendere all’occorrenza “aiuto al fratello ferito dalla sventura” con le parole e i gesti ma, soprattutto, divenendo esempio per lui e per noi stessi.
 Intanto, anche per la completa variazione del paesaggio che ora si presenta senza riparo alcuno, al mite caldo della partenza si sostituisce un vento freddo sempre più pungente che ci avrebbe accompagnato fino alla vetta.
Sono state ore difficili le ultime,e non siamo in pochi ad avere bisogno di riposare, per questo decidiamo di accamparci a 300 metri dalla vetta, resa peraltro invisibile da una fittissima nebbia. Dopo un frugale pasto ci si prepara a trascorrere la notte, senza tende, a 3.000 metri di quota ed esposti ad un gelido vento che rende ancor meno sopportabile la temperatura ormai prossima allo zero. E’ giusto che sia così perché siamo noi a volerlo, avremmo potuto essere a casa con tutte le nostre comodità moderne ed invece siamo al freddo, esposti al vento ed alla notte ma, animati all’interno dalla volontà di cogliere quella gratificazione inspiegabile che l’esperienza della montagna genera in noi, e che sembra in questi momenti di contingente scoramento, riscaldarci infondendoci energia e fiducia.
La sveglia alle 5:00 interrompe il sonno, sicuramente non facile ma che qualche ora di sonno ci ha comunque regalato. Ancora intorpiditi marciamo per quei 300 metri che dalla vetta ci separano, mentre al tagliente vento si aggiunge un fastidioso nevischio ma, tutto questo sembra perdere della benché minima importanza di fronte alla conquista della vetta mentre all’orizzonte il Sole, reso quasi invisibile agli occhi dalla perturbazione ma visibilissimo nel cuore d’ognuno di noi, sembra salutare il nostro arrivo.
La vetta è raggiunta, un nuovo segno positivo caratterizzerà da oggi in poi la propria vita nell’ottica della crescita interiore che ognuno di noi intende, lentamente e con umiltà, operare su di se per tornare ad essere Uomini. Piccole, ma significative, vittorie come questa sono parte integrante della personale ‘militia super terram’ che ogni giorno, ed in ogni ambito della nostra esistenza, abbiamo deciso di condurre e che sappiamo essere tutt’altro che in discesa.
Dopo le foto di rito con la bandiera di G.E.O. al seguito, arriva il momento della discesa, la quale aldilà dello scarso valore simbolico di cui sembra godere ha comunque per noi un valore non indifferente. Nella discesa infatti è possibile cominciare a stimolare le riflessioni sull’esperienza vissuta ripercorrendo il nostro agire di fronte alle situazioni, sia interiori che contingenti, che ci siamo trovati ad affrontare nell’ascesa. La discesa perciò gode della medesima dignità dell’ascesa e quindi pur predisponendoci ad affrontarla in maniera sicuramente più leggera rispetto alla salita, siamo comunque consci del fatto che essa costituisce un momento dell’escursione, e come tale và affrontata mantenendosi ordinati, rispettosi e concentrati, coerentemente con l’atteggiamento fin lì dimostrato.
L’escursione non termina in vetta bensì alla base, quando tutti insieme si torna maggiormente uniti grazie a quel vincolo che la montagna, attraverso il sacrificio, l’aiuto e l’esempio, sa fortificare.
Terminata la discesa, anch’essa caratterizzata da fatica e stanchezza, non è possibile nascondere la maggiore stima che adesso ognuno di noi riconosce verso di sé e nelle proprie capacità, nonché l’implicita promessa di regalarsi nuovamente “ qualche ora immortale” in montagna al più presto.

 


NOTE:

¹ F. Nietzsche, “La volontà di potenza”

 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

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