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ALLA RICERCA DEL SILENZIO PERDUTO
ASCESA E DISCESA DAL MONTE TERMINILLO
ImageIn fondo è stata una mattina come tante, una di quelle belle giornate di sole vissute all’aria aperta. Probabilmente no, non è stata una mattina come tante, perché mai, come in questa fase storica caratterizzata da profonde inquietudini, vivere il silenzio con la faccia al sole ed i capelli al vento, vale oro.
Non abbiamo intenzioni bellicose, visto che è un anno e mezzo che, a causa delle chiusure forzate (della mente e del corpo), piccozza e ramponi sono ormai parte dell’arredo casalingo. Anzi, di recente le piccozze ci sono servite a piantare un paio di chiodi “sonanti” sul muro.... del corridoio.
Salire per un canale che incide il versante est della nostra montagna di casa e scendere con gli sci dove ci va per il versante opposto, o direzione Vallonina sotto il Sassetelli o direzione valle del Sole. Stiamo sul Monte Terminillo, da sempre “palestra” per un piacevole alpinismo invernale, disponibile per tutti i gusti: dalla ascesa in tranquillità, alla via più impegnativa di ghiaccio e misto.
La strada che porta al Rifugio Sebastiani è chiusa in prossimità del Conetto; poco male, sci e pelli ci garantiscono una progressione veloce assieme ad altri avventurieri (per lo più scialpInisti). La valle del Sole è solcata sulla sinistra orografica da un importante valanga, frutto del distacco della tanta neve accumulata in questo inverno paradossale: sul Terminillo non si vedevano tre metri di neve dai tempi del Duce, così come non si vedeva così tanta gente con ciaspole, bob, buste nere, gommoni, incidenti, traffico, etc., al punto che, come di incanto, si riparla nuovamente di importanti investimenti degli enti locali per lo sci sul Terminillo.
Mah, la proposta ci lascia perplessi, considerato che, a fronte di un notevole impatto ambientale, i benefici non sembrano così tanti. L’indotto economico della zona è da trent’anni in sofferenza, a maggior ragione in tempi di follia pandemica, semplicemente perché lo sci appenninico non funziona come invece promettono gli speculatori senza scrupoli della montagna. A parte quest’anno strano, c’è sempre meno neve e la conformazione del territorio, e le annesse (mancanti) infrastrutture, non suggeriscono la costruzione di futuri e nuovi ecomostri, parenti di quelle brutture ancora in piedi e mai smantellate che ogni tanto sbucano come ruderi nelle valli, nei boschi, negli altipiani dell’Appennino. Piuttosto che parlare di nuovi impianti di risalita, perché non valorizzare un turismo alternativo e sostenibile fatto di escursioni, ciaspolate, scialpinismo, alpinismo, parchi avventura, etc.?
Mentre queste considerazioni vanno e vengono nella mente, procediamo imboccando il pendio in salita che costeggia il Rifugio. La giornata è calda, ma la neve dimostra che il rigelo notturno è stato importante. Siamo emozionati nel rivivere sensazioni da un po' sopite, ed allo stesso tempo siamo un po' affaticati, visto il poco allenamento su questo tipo di terreno nell’ultimo anno. Pausa ristoratrice e gli sci sono agganciati allo zaino: piccozza e ramponi ci daranno quella sicurezza necessaria nella progressione del canale dell’Orsacchiotta, una classicissima dalla pendenza media del 50%, con punte verso la fine del 60% (o del 55, dipende dalla stagione). Si intravede una cornice all’uscita del canale, ma non sembra preoccupante.
Saliamo di buon ritmo in progressione incrociata, i polpacci un po' bruciano vista l’inattività, ma il respiro lo cerchiamo di rendere regolare, armonizzandosi ai movimenti del corpo: con il baricentro al centro, fluttuiamo a seconda del braccio destro/gamba sinistra e braccio sinistra/gamba destra. Incontriamo una cordata ferma, a quanto pare ci sono alcuni problemi da parte di uno dei componenti che non se la sente di proseguire. La neve è un po' strana, in effetti, ad un primo strato cedevole subentra un fondo duro: l’impressione è che il rampone non tenga, ma anche qui è solo un’impressione.

Procedendo con passo sicuro e mettendo a frutto gli insegnamenti, il gioco è fatto. Nei punti in ombra è necessario stare più attenti, poiché il rampone entra poco, ma le due picche danno grande sicurezza. Ovviamente una caduta è assolutamente da evitare, sarebbe un bel volo, con conseguente effetto “palla da biliardo” che schizza sul fondo duro e ghiacciato del canale. In meno di un’ora siamo sotto la cornice, all’uscita del canale: la pendenza è più sostenuta, ma con la dovuta accortezza usciamo veloci. Soli. In silenzio. Nel sole. La progressione, un po' faticosa, non è stata particolarmente impegnativa, ma ha richiesto maggiore attenzione rispetto alle altre occasioni in cui avevamo percorso il medesimo itinerario. Ottimo allenamento per il corpo, indubbiamente, ma grande allenamento per la mente: la scalata in solitudine, così come una qualsiasi gita in montagna proporzionalmente al grado di difficoltà della stessa, ci abitua alla concentrazione, a tenere alta la guardia, alla lucidità e alla consapevolezza dei movimenti, qualsiasi essi siano. Dalla composizione a strati dello zaino ed al suo peso, avendo cura di collocare le cose secondo l’ordine di utilità, all’attrezzatura tecnica da saper maneggiare, dalla progressione migliore a seconda del tipo di terreno, al silenzio della mente. Centrati nell’azione che si sta compiendo e consapevoli del contesto nel suo complesso, immersi nella montagna ed isolati dal mondo esterno. Fuori da questa scalata, il nulla. Il silenzio dicevamo, ovvero ciò di cui oggi abbiamo tanto bisogno, stante l’insopportabile frastuono al quale siamo sempre più sottoposti, confusione di pensieri indotti e di parole urlate, di stati d’animo stressati e depressi, di preoccupazioni legate alla vita ordinaria che si consuma nella fase di fine corsa di quest’epoca malata. Ma noi a tutto questo ci opponiamo e così, anche con una salita in montagna alla riscoperta di sé stessi, lanciamo la sfida alla contemporanea fabbrica di morti viventi, quella che sforna facce pallide dagli occhi spenti, corpi flaccidi dai movimenti stanchi, (non) vita social e (non) lavoro smart. Che mondo di merda ci hanno “regalato”, verrebbe da dire. Ma la frase è troppo stupida per essere pensata, resettiamo. Il mondo è quello che è e sta a noi impegnarci a renderlo migliore, partendo prima di tutto da noi stessi. Ed oggi siamo qui per questo, a formare attraverso il confronto, l’esperienza, l’allenamento in tutta la sua completezza, uno stile di vita alternativo a quello dell’omuncolo del terzo millennio. Dalla montagna alla pianura, riuscire ad essere Uomini. Non ci facciamo illusioni e stiamo coi piedi per terra, ci mancherebbe. Ma la spinta che proviene dal cuore è ancora viva ed oggi l’abbiamo ritrovata, assecondata, valorizzata. Che bello stare in vetta da soli, un po' di tabacco da fumare ed eccoci pronti a riattaccare gli sci. Una preghiera al Cielo, per ringraziare come sempre chi ci ha donato tanta magnificenza. Via, si parte per il pendio ripido sotto la cresta del Sassetelli, in direzione nord. La neve? Una lastra di ghiaccio. Quando il pendio si attenua impostiamo la prima curva, poi la seconda, la terza; il terreno è difficile da sciare, ghiaccio e fondo duro si alternano continuamente, non fornendo punti di riferimento per una corretta interpretazione. Poco male, anche questo è allenamento. Tagliamo in direzione canale nord, per scendere il ripido pendio al di sotto dello stesso e risalire (nuovamente coi ramponi) verso la sella delle Scangive. Da qui, nuovamente sci ai piedi, spediti verso il Rifugio e poi nuovamente all’auto, su neve trasformata e finalmente goduriosa. Avevamo dimenticato la crema e la nostra faccia è cotta dal sole. In effetti non siamo state attenti, o forse avevamo talmente bisogno di luce e calore che l’abbiamo cercati in tutta la loro forza. In verticale, ad oltre 2.000 metri, per tornare carichi lì, nella pianura orizzontale, dove si consuma la nostra lotta quotidiana.
 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

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