Everest 10 morti a causa di ritardi dovuti al sovraffollamento per raggiungere la vetta.

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La Stampa

La recente notizia conferma come il tributo di vite a questo tipo di alpinismo, quello turistico/commerciale degli 8000 metri, è veramente alto; infatti, molte sono le tragedie del passato e la situazione non sembra destinata a risolversi.

 Sappiamo bene che il pericolo è connaturato all'attività alpinistica, così come sappiamo altrettanto bene che una pratica corretta di tale disciplina circoscrive gli incidenti a casi di estrema imponderabilità dettati dal “fato”. Nel caso di quest’ultima tragedia, invece, i fattori principali che entrano in gioco sono l’ambizione e il non rispetto delle rigorose leggi della montagna.

Cosa dovremmo aspettarci da situazioni in cui “alpinisti” paganti decine di migliaia di euro salgono le più alte montagne del mondo come una sorta di turisti d'alta quota che si affidano in toto ad organizzazioni commerciali che predispongono e organizzano tutto (corde fisse per chilometri, campi attrezzati, ossigeno, analisi meteo, etc)?

Che senso hanno simili “conquiste”, che francamente hanno poco a che fare con l’alpinismo, prive di un vero contributo attivo, in cui traspare un senso di materialità e la sola prerogativa richiesta è la forza fisica per salire?

Probabilmente salire l’Everest o il K2 è il sogno di qualsiasi praticante della montagna, dal gitante della domenica all’alpinista affermato, tuttavia il fine non giustifica i mezzi. Perché il fine non può essere unicamente ridotto a quello di essere stati sul tetto del mondo, perché sarebbe come perdere il senso profondo dell'alpinismo ovvero gli insegnamenti della montagna. E l’alpinismo, prima ancora di essere la cima “conquistata” è il viaggio, l’avventura, l’esperienza psico-fisica (e per certi versi spirituale) che si determina nell’ascesa.

 L'alpinismo come disciplina, se non addirittura come via, è una graduale acquisizione di abilità e consapevolezze, fisiche ed interiori, in cui si impara a decifrare l'ambiente circostante progredendo tra gli elementi e le molteplici insidie. È un percorso di qualificazione dell’uomo, un processo di consapevolezza che trascende la mera acquisizione materiale e nozionistica al fine di generare una vera e propria trasmutazione.

È ancora possibile trovare tutto questo in montagna, vedendo certe immagini?

Ci dispiace, e non potrebbe essere altrimenti, per i 10 alpinisti di questa immane tragedia. Ma la sensazione, amara e terribile allo stesso tempo, è che il loro “sacrificio” è un sacrificio al nulla e tale rimarrà.

In alto i cuori!

 
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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

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