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Chi siamo
PERCHE’ NASCE GEO, IL GRUPPO ESCURSIONISTICO ORIENTAMENTI

Sample ImageOrientamenti nasce dopo un lungo periodo di aspettativa, maturazione e volontà di singoli uomini attratti dal contatto con la natura, dai suoi aspetti allo stesso tempo duri, impegnativi, a volte estremi ed estenuanti.
Nasciamo dall’esigenza del misurarci con noi stessi e dall’amore verso gli unici posti ancora preservati dalla crescente contaminazione del mondo moderno: boschi, altipiani, laghi alpini, ghiacciai, vette incontrastate. Siamo alla ricerca del sacrificio voluto, del misurarci anche non ascendendo una montagna, ma provando a piantare una tenda o a creare un bivacco con in corso una bufera di neve e di vento. L’esperienza umana e formativa che deriva dalla difficoltà oggettiva di accendere un fuoco, di mangiare, di dormire o di rendere efficiente l’eventuale “campo base”, è un qualcosa che può lasciare un segno positivo nella crescita di un uomo! Abbiamo una sete di conoscenza che ci portiamo dentro, una volontà di capire come siamo e da dove veniamo, crediamo in Orientamenti come in uno strumento per chi non è alla ricerca del record sportivo o della fama, della gloria o della gratificazione fine a se stessa. Abbiamo l’ambizione e la volontà di privilegiare, in funzione delle predilezioni e delle predisposizioni dei partecipanti, la gran parte degli aspetti che la montagna può offrire, dal trekking allo sci-alpinismo, dall’arrampicata all’alpinismo, partendo dal presupposto, fondamentale ed imprescindibile, che ogni disciplina deve essere funzionale ad una esperienza interiore. Per noi la camminata di avvicinamento ad una parete, attraverso boschi e ruscelli, svolge una funzione diversa nei confronti del singolo, ma è ugualmente bella quanto la scalata che ne segue. Sono alcuni anni che organizziamo attività con diversi livelli di difficoltà, cercando ogni volta di favorire un accostamento umile e sincero all’esperienza della montagna e non vogliamo certo atteggiarci a puristi ben sapendo, che nel marasma della modernità, tutto è o può diventare moda, con la degenerazione esibizionistica che ne consegue.
 
 
LA NOSTRA ASPIRAZIONE

La montagna, indipendentemente da chi la frequenti, è un luogo di rigenerazione e non servono teorie filosofiche al riguardo, perché la sensazione è spontanea, naturale e palpabile... “ci si sente meglio”. Questa semplice considerazione basterebbe a motivare le persone ad andare in montagna e in linea generale, essendo una pratica salutare, sarebbe auspicabile che tutti vi andassero, perché alcune tensioni accumulate nella frenesia cittadina si allentano, perché ci si sente più sereni e perché, contemplando il bello e l’incontaminato, ci si ritrova ad “amare” di più la natura e la terra, praticando tra l’altro del sano movimento. Sennonché sarebbe come per tutte quelle persone che praticano lo yoga e lo zen come antistress, niente di male per carità, però la yoga e lo zen sono qualcosa d’altro, qualcosa di più di un antistress. Lo stesso vale per la montagna, che è assai di più di un luogo di svago o di relax.
Sorvoliamo sugli spiacevoli effetti prodotti dalle moltitudini che vanno in montagna, causando quel fastidio e turbamento che conosciamo tutti, quando i sentieri sono affollati come il corso al sabato pomeriggio ed il brusio, mischiato alla musica degli stereo portati in quota con le funivie, copre il rumore del vento ed il verso del falco. La montagna, di cui tanti altri e con migliori qualificazioni hanno scritto, nasconde infatti un mistero che la accomuna a tutte le altre forme della manifestazione: è materia intrisa di spiritualità. Basti pensare alla bellissima immagine di Ruskin, secondo cui le “montagne sono le grandi cattedrali della terra con le loro porte di roccia, i loro mosaici di nubi, i loro cori di ruscelli, i loro altari di nevi, le loro volte eternamente scintillanti di stelle”1 . Ma non basta dire che la montagna è luogo di spiritualità per percepire quest’ultima, bisogna imparare a scoprirla. E’ allora importante il come e il perché si va in montagna, l’attitudine, la volontà, la necessità che spinge un uomo a vivere l’esperienza di salire lungo una cresta con il vento freddo e tagliente che prova il fisico e la resistenza, o lungo una parete vertiginosa che sollecita i nervi e impone di tenere a bada la paura, o di dormire in una tenda con la temperatura sotto lo zero e con fuori la bufera che imperversa. Noi cerchiamo le cime, volgiamo lo sguardo al cielo e proviamo una sensazione che potremmo ben chiamare “aspirazione”.
Il Gruppo Escursionistico “Orientamenti” si propone di assecondare questa aspirazione.
 
 
CONOSCI TE STESSO.
LA MONTAGNA COME STRUMENTO DI FORMAZIONE

Sample ImageNella gran parte dei casi l’arrivo in vetta o il compimento di una via di arrampicata sollecitano la percezione di sensazioni diverse e fuori dall’ordinario, alle volte positive e allo stesso tempo costruttive, in altre no poiché il raggiungimento di una cima, ad esempio, può rappresentare un’occasione per alimentare il proprio orgoglio. Quante volte la legittima soddisfazione per aver compiuto una difficile salita si trasforma in vanagloria e vanto? Quante volte il sentirsi capace di scalare pareti verticali, di fronte alle quali la gran parte degli uomini si tira indietro impotente ed impaurita, fa credere di essere migliori, di appartenere ad una cerchia di “eletti”? Basta poco e l’esperienza ce lo continua ad insegnare, per cedere al culto della prestanza fisica o magari al feticismo delle tecniche o alla ricerca, come nel caso dell’arrampicata, del grado a tutti i costi, come fosse un’ossessione verso cui orientare l’intera nostra vita. E. Junger, relativamente ad una possibile deriva titanica nella pratica dell’alpinismo, sottolinea come il rischio sia di essere attratti “dall’Everest non per la vista che può offrire ma per il record che consente di raggiungere”2 , mentre altri autori mettono chiaramente in guardia dall’assumere atteggiamenti in cui sia predominante la sensazione fine a se stessa o l’eroismo fisico3 .
Da questi alpinisti, ingannati e sedotti dalle loro stesse indubbie capacità, si può e si deve imparare, non disconoscendone certo i meriti, ma orientando diversamente la bussola interiore, ossia assumendo una attitudine che è giusto definire “più appropriata”. Se ci fermiamo a riflettere, ci accorgiamo che il limitarsi a trovare nella montagna un semplice amore per il rischio, ad esempio, non è tanto dissimile da chi lo trova nella pratica del bungee jumping o nelle arrampicate sui grattacieli, ossia da chi è alla ricerca dell’emozione e dell’adrenalina fine a se stesse. Quest’ultime, invece, devono essere considerate come mezzo, come parte di uno strumento che ci permette di conoscerci meglio: è in quelle occasioni, infatti, che ci mettiamo in gioco nel ricercare “una disciplina dei nervi e del corpo, un ardimento lucido, uno spirito di conquista”, una capacità di conoscere e superare la propria debolezza, di trovare la giusta e lucida concentrazione per procedere4.
La gran parte di noi vive in città, luogo simbolo del trionfo della grassa e arrogante modernità, dove l’individuo è inserito in un meccanismo diabolico fatto di ingranaggi, in cui l’anonimato e la solitudine interiore fanno da corollario ad un individualismo dilagante e dove il conformismo borghese soffoca qualsiasi virtù e aspirazione eroica. Nel caos delle metropoli dobbiamo sottostare a dei ritmi frenetici che non ci permettono di avere il tempo di stare con noi stessi, di ragionare e di vivere in modo sano. Dinanzi a questo deserto, la montagna offre la grande occasione per spezzare determinati vincoli, per riappropriarsi di quella natura umana che la “civiltà occidentale” ha cancellato in nome degli interessi, dell’esteriorità, delle convenzioni.

 
 
 
Note:
 
[1] Ricordiamo come Domenico Rudatis, scrittore-alpinista che ha sempre ricercato nella montagna non un semplice esercizio sportivo ma una pratica per giungere a più profonde liberazioni dell’animo umano, a proposito del Monte Civetta, parli di una montagna “che nella severa e solenne armonia della sua architettura sublimante protesa verso il cielo ad invocare la congiunzione del mondo terreno col divino, si sente davvero esprimere con muta sovrumana eloquenza, come nel più sacro dei santuari, l’unica somma e arcana Verità: lo Spirito Immanente in ogni cosa che ha spinto anche le stirpi umane ad elevarsi i propri monumenti, le proprie torri, i propri templi”. Oppure, come ricorda Edoardo Longo sempre nel caso del Civetta, la struttura possente ed irta di pinnacoli della montagna apparve già ai Romani “come la millenaria raffigurazione della città cosmica, tant’è che battezzarono l’ardita montagna con l’evocativo nome di Civitas “città”, dal quale è derivata la degenerazione moderna di Civetta”. Confronta Il Regno Perduto, a cura di E. Longo, edizioni di Ar, pag. 22.    

[2] E. Junger, La Forbice, Guanda, pag. 157.

[3] Parafrasando un insegnamento taoista si potrebbe dire che invece di un “agire senza agire” in questi casi si determina un “agire per l’agire”, ossia un’azione in cui l’ambizione e l’io vengono alimentati determinando successivi stati di insoddisfazione e sofferenza. Al riguardo si confronti la dottrina taoista del wei wu wei - azione senza azione.

[4] “Ricavare dall’arrampicamento ben più del record sportivo, tendere a compierlo solo come sforzo, come interiore violentamento dei propri limiti, come mediazione di un atto puro di potenza, per trascenderlo, per purgare l’azione dalla brama, dall’emozione, dalla passione e risuscitarla come arbitrio, come libertà, come gioco. Allora tecnica e progresso materiale si riconoscono come strumentalità e cessano di imporsi come valori”. Confronta Domenico Rudatis, Rivelazioni Dolomitiche in Il Regno Perduto, a cura di E. Longo, edizioni di Ar, pag. 23.   

 

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"Anche le montagne respirano, ma la nostra vita è troppo breve per potercene accorgere."

Detto Sioux

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Gruppo Escursionistico Orientamenti

pp. 22, € 4